Si schiantò ubriaco fradicio e l'amica che era accanto a lui morì: 8 anni per omicidio stradale, ma è tornato in Brasile

Venerdì 11 Settembre 2020 di di Davide Piol
Uccise Barbara Durastante, condannato l'autista ubriaco
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BELLUNO Otto anni di reclusione. Maxi condanna ieri, in tribunale a Belluno, per Evandro Gonsalves Galhardo, 41enne originario del Brasile, che il 19 dicembre 2017 si schiantò con l’auto contro un platano di via Vittorio Veneto, a Belluno, provocando la morte dell’amica Barbara Durastante seduta accanto a lui. A distanza di quasi tre anni la famiglia della donna ha potuto finalmente ottenere giustizia. «Purtroppo nessuno potrà mai restituirci Barbara – ha commentato ieri pomeriggio, in lacrime, il padre Roberto – Ammetto che, all’inizio, avevo perso la fiducia ma oggi posso dire che giustizia è stata fatta!». 

LE AGGRAVANTI
La condanna, pesante come un macigno, ha potuto raggiungere gli otto anni di carcere perché il brasiliano guidava ubriaco. Il suo tasso alcolico aveva sfiorato i 3 grammi di alcol per litro di sangue nella prima misurazione e si era fermato a 2,89 nella seconda. Un’aggravante che ha fatto lievitare la pena prevista per l’omicidio colposo stradale che normalmente va dai due ai sette anni. Ma in caso di ebbrezza alcolica parte dagli otto anni di carcere e può arrivare fino ai dodici. Il pm Sandra Rossi, nella sua requisitoria, ne aveva chiesti otto e mezzo. 

 

Perizia sull'auto dell'incidente. Il padre della vittima: "Lui a casa felice, mia figlia morta"

BELLUNO - Una perizia sul funzionamento della Fiat Uno e eventuali anomalie del veicolo in cui morì Barbara Durastante. Lo ha deciso ieri in aula, in apertura di processo, il giudice Angela Feletto, parlando di "perizia dirimente" per decidere come proseguire. La 42enne bellunese Barbara perse la vita mentre viaggiava come passeggera sull'auto condotta dall'amico Evandro Gonsalves Galhardo.

IMPUTATO FANTASMA
In ogni caso rimane una giustizia “a metà” perché Evandro Gonsalves Galhardo risulta irreperibile. Dopo lo schianto mortale di quasi tre anni fa venne ricoverato in ospedale a Belluno e poi trovò il modo di andarsene dall’Italia. Gli inquirenti che si erano messi sulle sue tracce hanno spiegato che l’uomo poteva essere fuggito in Brasile a curarsi ma è solo un’ipotesi. L’unica certezza è che, probabilmente, non farà mai più ritorno in Italia. «Andava piantonato in ospedale» ha detto con rabbia il papà di Barbara, ieri, Roberto Durastante. È l’unico elemento che, di fatto, riapre le ferite non ancora rimarginate della famiglia di Barbara. «Non avrebbe dovuto lasciare il nostro paese così liberamente – ha concluso il padre –. Temo che la condanna non la sconterà mai». L’incidente mortale avvenne la sera del 19 dicembre 2017. I due amici stavano andando verso Ponte nelle Alpi ma, superato il Bar Mendoza, l’auto finì contro un platano e Barbara Durastante morì.

LA PERIZIA
Il processo sarebbe dovuto finire ancora a marzo ma l’avvocato della difesa Ferruccio Rovelli aveva chiesto al giudice di nominare un perito per capire se la cintura allacciata avrebbe permesso alla donna di salvarsi e tutto è stato congelato. «L’utilizzo della cintura non l’avrebbe tutelata», ha spiegato ieri pomeriggio, in aula a Belluno, il perito del giudice. L’auto, «abbastanza attempata», sfrecciava a 60 chilometri orari. «L’accelerazione a cui era sottoposto il corpo– ha chiarito poco dopo – non avrebbe permesso conseguenze diverse. Certo, avrebbe riportato delle ferite minori alle gambe ma non al tronco e alla testa». A provocare la morte di Barbara Durastante, secondo il perito, sarebbe stata la ferita sul capo causata dal montante destro dell’auto su cui si trovò a sbattere durante l’incidente. Cintura di sicurezza o meno, quel colpo mortale l’avrebbe preso lo stesso. 

LA DIFESA
La difesa ha provato a smontare questa tesi spiegando che «il montante dell’auto, come si evince dalle foto, non si è deformato verso l’interno. Barbara deve aver sbattuto la testa da altre parti e questo non sarebbe successo se avesse avuto la cintura di sicurezza allacciata. Così, invece, l’impatto è stato il 90% più forte sul corpo e il 70% sul capo». Per questi motivi l’avvocato ha chiesto l’assoluzione per il suo assistito o la riformulazione del reato in “lesioni stradali colpose”. 

LA CONDANNA
Il giudice Angela Feletto, però, aveva le idee chiare e dopo una decina di minuti è uscita con la sentenza di condanna: otto anni di reclusione. Tra 30 giorni si conosceranno le motivazioni. Si tratta di una condanna di primo grado, quindi non definitiva. Inoltre potrà finalmente proseguire il capitolo in ambito civile in cui la famiglia è seguita da Giesse Risarcimenti Danni. «Il fatto era gravissimo – ha fatto sapere il responsabile Gennaro Pisacane – Ci aspettavamo e auspicavamo una condanna esemplare che tenesse conto della condotta del tutto irresponsabile tenuta dal conducente dell’auto. Siamo pienamente fiduciosi che quanto accertato in sede penale, grazie alle perizie disposte, agevolerà ora i giudici anche nella parallela causa civile già instaurata presso il tribunale di Milano».

Ultimo aggiornamento: 12:17 © RIPRODUZIONE RISERVATA