Sci a rischio, abbattuti i tralicci che alimentano gli impianti di risalita

Domenica 4 Novembre 2018 di Alda Vanzan
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BELLUNO - Sono fatti così, i veneti. Allergici al fango. Intolleranti alle macerie. Gente che si rimbocca le maniche subito e subito comincia a spalare, ad asciugare, a riordinare. «Doman xe tuto neto», aveva pronosticato martedì scorso il governatore Luca Zaia invitando i cittadini a scattare foto e a documentare i danni prima di mettersi a fare pulizia. Non era una considerazione azzardata. «In cinque giorni è cambiato tutto, a rappresentare la devastazione ora sono i boschi rasi al suolo dal vento», dice Gianpaolo Bottacin, l'assessore alla Protezione civile che ci fa da cicerone nel sorvolo in elicottero da Belluno a Rocca Pietore fino a Colle Santa Lucia, passando sopra l'asta grigia e melmosa del torrente Cordevole. Lì sotto c'è Mas di Sedico, con le macerie dell'edificio crollato, un po' il simbolo di questo disastro di fine ottobre che ha messo il Veneto e soprattutto Belluno in ginocchio.
 
Lì la statale 203 che l'altro giorno ha avuto un cedimento tanto da isolare gli stessi soccorritori. Lì in fondo il campeggio Masarè. E Rocca Pietore, dove il sindaco ha invocato altri volontari. Eppure, tolti i pini che assomigliano a una scatola di stuzzicadenti rovesciati sul tavolo, bastoncini sradicati dalla furia del vento, come se un parrucchiere feroce avesse rasoiato la montagna, ecco, tolti i pini, i larici, gli abeti senza più vita, vista adesso dalla cabina dell'elicottero la devastazione sembra un po' ridimensionata. «Perché hanno già ripulito, hanno già ammassato le macerie, perché l'asfalto ceduto sotto la forza dell'acqua e delle frane è già stato rattoppato. Ma, appunto, sono rattoppi», dice Bottacin.
I NUMERII numeri danno l'idea del lavoro che è stato fatto nei primi cinque giorni di soccorsi. C'erano 170mila utenze senza corrente elettrica, adesso sono solo 5.800. Le persone evacuate sono scese a 93. Ci sono ancora 8 frazioni isolate e in alcune località oltre alle cisterne sono stati mobilitati anche i camion per portare bottigliette di acqua minerale. L'esercito, con un elicottero che è un bestione come quello di Rambo, continua a portare gruppi elettrogeni in ogni angolo della montagna. Impressionante il numero dei soccorritori, 15mila volontari in tutto il Veneto dagli scout agli alpini di cui più di tremila solo a Belluno. C'è un prima e un dopo che rendono l'idea di quanto è stato fatto in questi giorni: è la foto del torrente Bigontina a Cortina d'Ampezzo, in località Alverà. Martedì erano solo macerie e terra franata, ieri ogni masso era al suo posto.
L'emergenza non è ancora finita, avverte Bottacin. «La priorità numero uno è collegare i paesi, ripristinare la corrente elettrica, assicurare l'acqua potabile. Poi penseremo al resto».
SCI A RISCHIONel resto ci sono gli impianti sciistici. E anche qui il problema è la corrente. Alberto Lezùo, gestore di un impianto a Passo Giau, è pessimista: «Temo che non ce la faranno a ripristinare la linea di media e alta tensione nel giro di un mese, la stagione invernale rischia di essere compromessa». Bottacin ne è consapevole: «Con l'assessore al Turismo Federico Caner stiamo raccogliendo dagli impiantisti - seggiovie, skilift, eccetera - la conta dei danni, ma ancora non abbiamo il quadro completo. Terna, che deve sistemare la linea da 20mila volt rimasta danneggiata, dice che è complicato e non è ancora in grado dire quanto tempo ci vorrà». Potrebbe essere a rischio tutto il comprensorio del Civetta, Malga Ciapela, ma anche il Falzarego che, dice Lezuo, è alimentato da Passo Giau. Perché senza corrente non funzionano gli impianti di risalita e nemmeno i cannoni sparaneve.
LE PREVISIONIBottacin, che oltre alla Protezione civile segue anche l'Ambiente e dunque l'Arpav con le previsioni meteo, teme la nuova perturbazione. Nulla rispetto ai 700 millimetri di acqua caduti in 48 ore in alcune zone del Veneto, quella di domani sarà al confronto una pioggerellina. «Ma in un bosco sradicato, con i buchi lasciati dagli alberi caduti, tipo formaggio Gruviera, e senza più erba, basta una goccia d'acqua perché la terra rotoli giù». Senza contare che i pini estirpati dovrebbero essere raccolti subito per avere un valore. «Se si lasciano lì sei mesi marciranno», avverte un montanaro di Colle Santa Lucia. «Una montagna senza alberi è più fragile», dice il geologo Luca Salti. 
Bottacin, che è bellunese, lo sa. «Cosa provo a vedere la mia montagna così ridotta? È un colpo al cuore».
Alda Vanzan
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Ultimo aggiornamento: 5 Novembre, 08:50 © RIPRODUZIONE RISERVATA