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Gigio e Malga, inghiottiti dalla valanga mentre riposavano in tenda a quota 5.900. Di loro non rimase nulla

Giovedì 11 Agosto 2022 di Franco Soave
Gianluigi Gigio Visentin e Roberto Malgarott

Il 15 settembre 1992, una valanga sul Tetto del Mondo in Nepal cancellò due vite. Gianluigi Gigio Visentin e Roberto Malgarotto sparirono travolti da una scarica di neve e ghiaccio mentre riposavano in una tendina a 5900 metri di quota. Il giorno dopo li attendeva l'ultimo sforzo verso la cima del Tilicho, 7134 metri, nel gruppo dell'Annapurna. Impossibile recuperare i corpi. Di loro non è rimasto nulla, nemmeno una traccia. Inghiottiti per sempre dalla montagna. Il sogno tanto accarezzato della prima cima himalayana, da allora è una tomba bianca e gelida.


Gianluigi Visentin e Roberto Malgarotto erano alpinisti del Cai di Mestre. Gigio, 45 anni, era istruttore nazionale di scialpinismo, con una lunga esperienza sulle Dolomiti e sulle Alpi Occidentali; quella al Tilicho era la sua ottava esperienza extraeuropea. Scapolo, era tecnico dell'Enel alla centrale di Fusina. Malgarotto, Malga per gli amici che affettuosamente ne accorciavano il cognome, 51 anni, era istruttore sezionale di alpinismo, con numerose salite in Dolomiti fino al Monte Bianco e in Svizzera; per la prima volta toccava la neve dell'Himalaya. Tecnico dell'Agip, aveva moglie e due figli.


Visentin aveva sognato a lungo l'aria pulita e sottile delle grandi montagne. L'aveva già respirata sul Manaslu, sul Kangchenjunga Ovest, sul Dhaulagiri, sull'Everest, sul K2 ma non aveva mai assaporato la gioia della cima. Sul Tilicho lui e Malgarotto erano la cordata di punta di una spedizione internazionale composta da altri dodici tra alpinisti e trekker: Alessandra Andreani, Gianmaria Campanelli, Gabriele Castellani, Michele De Rossi, Ariel Franco, Benito Lodi, Jiri Novak, Giovanni Orrù, Michele Piron, Umberto Plankensteiner, Francesco Santon (capo spedizione), e Alfredo Toujas. Il loro obiettivo era la prima salita italiana del Tilicho seguendo la cresta nord-est. I due amici avevano montato la tendina a 5900 metri il 12 settembre, erano seguiti due giorni di brutto tempo ma il 15 il meteo era migliorato tanto che dopo una ricognizione Visentin e Malgarotto avevano annunciato che il 16 sarebbero partiti per la cima. Ma nel pomeriggio, probabilmente mentre riposavano, la loro tenda è stata investita da una valanga. Dei due alpinisti non è rimasto nulla. Il giorno 17 Benito Lodi è riuscito a raggiungere il luogo del campo ma tra la neve sconvolta ha trovato solo un pezzetto in alluminio della tendina. Nient'altro.


Trent'anni dopo - grazie anche a Massimo Doglioni del Cai di Mestre - attorno a un tavolo si trovano Lucia e Roberto Visentin, sorella e nipote di Gianluigi, Riccardo Malgarotto, figlio di Roberto, e chi scrive, il cronista che allora raccontò della tragica spedizione. E i ricordi cominciano a riaffiorare.


Come e quando avete saputo ciò che era accaduto a Gianluigi e Roberto?


Lucia: «Il giorno 20, domenica, con una telefonata dalla mamma di mio nipote Roberto. Sono sicura della data perché Santon compie gli anni il 14 settembre e Gianluigi l'ha festeggiato cantando via radio. Lui e Roberto sono morti il 15 e dopo la ricognizione di Lodi il giorno 20 la notizia è stata diffusa. Ricordo le parole di mia madre: Gianluigi non è partito come le altre volte aveva detto - ho visto che non era tranquillo. Forse non andava via molto volentieri con quella spedizione, non ci credeva molto».


Roberto: «Mio padre il giorno 16 ha ricevuto una telefonata, non ricordo da chi, nella quale si diceva che c'era stata una slavina e Gianluigi e Roberto erano dispersi».


Riccardo: «Anch'io e mia madre l'abbiamo saputo il 20. Hanno suonato alla porta Renzo Mingardo e Claudio Calamelli, del Cai di Mestre. Stavamo dormendo, si è alzata mia madre e subito dopo è corsa in camera urlando Il 17 settembre Lodi con due portatori locali è salito e ha trovato il pezzo di un archetto della tenda, che io non ho mai visto e non so dove sia. Benito Lodi mi ha raccontato che lassù era tutto sconquassato, sembrava uscito da una lavatrice. Era venuto giù qualcosa di grandi dimensioni».


Dove avevano piazzato il campo, Gianluigi e Roberto?


Riccardo: «L'area era grande quasi come un campo da calcio e poco pendente, quindi abbastanza sicura, eppure di intatto non c'era rimasto nulla. Conservo un video nel quale si sente Gigio dire che è tutto ok, che è nevicato e che lui e mio papà hanno fatto una ricognizione. Si sente anche mio padre dire che va tutto bene: Ora entriamo in tenda, mangiamo e dormiamo. Ci sentiamo domani. Sono le ultime parole».


Ci sono stati tentativi di andare laggiù per vedere o cercare di recuperare qualcosa?


Riccardo: «Io ci sono andato nel 2014, ho fatto il giro inverso rispetto a quello che hanno fatto nel 1992 ma non sono riuscito ad arrivare al campo base perché c'era troppa neve, forse più di due metri».


Quindi da allora, dopo Lodi nessuno è mai arrivato nemmeno alla base del Tilicho?
«No, che io sappia no. Volevo arrivare alla base almeno per vedere quel cumulo di pietre con la targa ricordo che hanno piazzato all'epoca, purtroppo non ce l'ho fatta. Ma sono riuscito a scorgere la cresta nord-est, quella che volevano salire mio papà e Gigio».


I ghiacciai a volte restituiscono ciò che avevano serbato per molto tempo. Secondo voi c'è speranza che possa accadere anche per Gianluigi e Roberto?
Riccardo: «Dipende, perché se mio padre è in un crepaccio profondo mille metri, resta laggiù».


Lucia: «Onestamente anche se qualcuno dovesse ritrovare Gianluigi, io preferirei che rimanesse là. Perché quella era la sua vita e se fosse riuscito ad andare in pensione sarebbe andato a vivere laggiù, in Nepal. Per me, là è e là rimane».


Lucia e Roberto, qual è l'immagine di Gianluigi che avrete sempre davanti agli occhi, il grande ricordo che vi ha lasciato?


Lucia: «L'immagine di una persona disponibile in tutto e per tutto, generosa, allegra. E con la montagna nel cuore. La sua era una presenza non assidua ma importante. E poi era sempre in montagna, se volevamo invitarlo dovevamo prenotarcelo un mese prima! Ci mancano la sua allegria e le sue improvvisate».


Roberto: «Un amico che ha fatto il trekking fino al campo base mi ha raccontato che Gigio era una persona che distendeva gli animi. Sempre sorridente e con una parola per tutti».


Riccardo, che ricordo conservi di tuo padre e cosa ti è mancato più di lui?


«Subito mi è mancata una guida, all'epoca avevo 21 anni. Prima della partenza lo ricordo un po' stanco dei preparativi ma con la gioia della prima esperienza laggiù. Andavo spesso in montagna con lui e ho ancora l'immagine di un altro papà rispetto a quello di famiglia, sembrava più un amico che un padre, si capiva che la montagna era il luogo dove voleva stare. Ho sempre arrampicato con lui e da quando non c'è più ho interrotto qualsiasi attività alpinistica. Sei mesi dopo la sua scomparsa sono andato a lavorare, a Roma: all'epoca mia madre non lavorava e mia sorella era minorenne così ho interrotto l'università e mi sono dato da fare. Sì, in famiglia era una persona di poche parole ma era mio padre. Era sempre la mia guida».

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