Putin e la guerra in Ucraina, il fallimento militare mette in pericolo il regime dello Zar? L'esperto: «Truppe poco moderne»

L'esperto di aeronautica militare della Luiss Gregory Alegi analizza le condizioni delle truppe russe

Giovedì 15 Settembre 2022 di Fausto Caruso
Guerra in Ucraina, il fallimento militare mette in pericolo il regime di Putin?

L’Ucraina sta vincendo la guerra contro la Russia? È presto per dare un giudizio di questo tipo e i bombardamenti che arrivano sulle strutture civili ogni notte ne sono una prova. Ma dopo la controffensiva nella regione di Kharkiv è diventato evidente che «l’invasione russa dell’Ucraina è stata una sconfitta strategica». Il commento è dell’analista militare George Barros dell’Institute for the study of war, che nell’intervista rilasciata a Business Insider si sofferma sulle ingenti perdite subite dall’esercito russo (oltre 80.000 tra morti feriti e prigionieri secondo i report più affidabili) e cosa potrebbero voler dire per il regime di Vladimir Putin.

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La guerra ha scoperto problemi presistenti

«La domanda che ci dovremmo fare è se la guerra in Ucraina abbia distrutto le forze armate russe o se abbia solo portato alla luce problemi che già c’erano», commenta Gregory Alegi, professore di Scienze Politiche dell’Università Luiss ed esperto di aeronautica militare. «I russi hanno cominciato a riformare l’esercito vent’anni fa, ma non hanno mai saputo rinunciare alla leva obbligatoria per puntare tutto sull’ammodernamento». Secondo il professore le truppe russe, che fino al momento di intervenire in teatri come la Siria avevano dato una grande impressione di forza, non hanno retto al primo confronto con l’esercito di un paese moderno e che dal 2014, data della prima invasione russa della Crimea e del Donbass, si era avvicinato alla Nato su diversi livelli. «Nella concezione occidentale si insegna ai piccoli ufficiali e ai singoli soldati a ragionare e ad adattarsi alla situazione, mentre il sistema russo è ancora troppo rigido», spiega Alegi. Una lezione interiorizzata dagli ucraini addestrati in questi anni dai paesi Nato e che si è rivelata chiave prima nella difesa di Kiev e poi nella ripresa di Kharkiv.

 

Il grande vantaggio degli ucraini nel conflitto con Mosca è dunque di stampo culturale e non dipenderebbe solo dalle armi occidentali, che sono arrivate centellinate. «Ricordiamo che la capitale è stata difesa ancora con armamenti vecchi di origine russa e in gran parte vale lo stesso per la recente offensiva di Kharkiv». Le perdite sul campo dell’esercito del Cremlino sono innegabili, ma se messe in un contesto generale di arretratezza organizzativa assumono forse proporzioni ancora maggiori. «Abbiamo rapporti di unità schierate sul campo con il 20% delle truppe e dei mezzi che dovrebbero avere a disposizione. Se leggiamo che gli ucraini hanno distrutto quattro carri armati non sembra molto, ma in tali condizioni possono essere una percentuale importante», commenta l’esperto.

Le difficoltà dei russi sono segnalate anche dall’artiglieria che stanno usando in questi giorni. «Armi di precisione ne avevano già pochissime, perché minimizzare i danni collaterali non è nella loro filosofia, e quelle poche potrebbero averle consumate». Di questo sarebbe un segno evidente l’utilizzo di missili antiaerei quali gli S-300 come armi terra-terra durante i bombardamenti delle città ucraine, segnale che non ci sono a disposizione molte munizioni di altro tipo.

Il fallimento russo deriverebbe dunque dalle pessime condizioni di partenza, che nascondono anche in questo caso un problema culturale e politico: «In Occidente quando qualcosa non funziona lo sappiamo. I giornali tedeschi sono anni che parlano delle condizioni insufficienti delle loro forze armate», afferma Alegi. «In Russia c’è un regime dittatoriale in cui chi dice verità scomode viene eliminato o marginalizzato e questo potrebbe aver fatto sì che le alte gerarchie militari non avessero piena contezza delle reali condizioni dell’esercito».

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Il danno di immagine e le conseguenze per Putin

Il danno più grave che la guerra in Ucraina sta infliggendo a Mosca è d’immagine, ossia l’erosione di quella reputazione di forza militare che si era costruita nel tempo. «Alcuni alleati potrebbero pensare che la Russia non è più in grado di proteggerli, come dimostrano le recenti schermaglie tra Armenia e Azerbaijan, e anche la Cina potrebbe avere dei ripensamenti se riterrà che Putin non abbia nulla da offrire». Per ricostruire – o forse meglio costruire – un esercito russo moderno occorreranno almeno dieci anni e la volontà di portare avanti riforme che non puntino più sui grandi numeri, ma sulla tecnologia. Questo però potrebbe essere reso molto complicato dalle sanzioni occidentali, dato che la Russia non ha una propria filiera per la costruzione di microchip. Senza contare quello che un ammodernamento dell’esercito significherebbe per l’economia russa. «Vorrebbe dire mettere risorse nel comparto militare togliendole ad altre settori, in un paese in cui il Pil pro capite è già relativamente basso», l’analisi di Alegi.

Questo ci riporta ai dubbi sulla tenuta del regime di Vladimir Putin, acuiti da alcuni segnali di dissenso come la petizione di cinquanta deputati locali che chiedono le sue dimissioni. All’interno come all’esterno, una dittatura si basa sull’impressione di forza che dà, non su un consenso convinto. Nel momento in cui la paura del più forte dovesse venire meno alcuni oligarchi potrebbero cominciare a chiedersi se i loro interessi coincidano ancora con quelli dello zar. Allo stesso tempo una popolazione che fino a ora ha solo ricevuto dando in cambio pochissimo potrebbe non accettare che un’eventuale leva di massa - che non a caso il Cremlino continua a evitare - le chieda figli, fratelli e mariti. «Dove sia la linea rossa che separa il malcontento dalla ribellione, però, al momento non possiamo saperlo», chiosa Alegi.

Ultimo aggiornamento: 12:15 © RIPRODUZIONE RISERVATA