Foulard, scialli e nastri dal mondo: con le foto di Corina Gerz un viaggio nei costumi tradizionali

Il ritratto evitato è il titolo della mostra della stilista e regista: non mostro i volti per non distogliere l'attenzione dai vestiti

Mercoledì 22 Febbraio 2023 di Angela maria Piga
Foulard, scialli e nastri dal mondo: con le foto di Corina Gerz un viaggio nei costumi tradizionali

Una vita spesa nella moda, dapprima come creatrice di collezioni per marchi come Roberto Cavalli, Ton sur Ton, Isabel de Mestre, quindi come fashion stylist, l’artista e regista tedesca Corina Gertz sin dal principio del suo percorso studia della moda le sue relazioni con la storia dell’arte.

Negli anni ‘90 vive a Cape Town, in Sudafrica, e fotografa le comunità Himba della Namibia.

Si accorge però che il suo interesse non è tanto documentaristico ma estetico e decide di concentrarsi sull’aspetto rituale e simbolico dei costumi locali, dei gioielli e delle acconciature, testimoni dello status sociale del membro della comunità. Fortemente influenzata dalla ritrattistica e dalle nature morte della pittura olandese del XVII secolo, decide di fotografare di spalle donne di gran parte del mondo (Asia, Africa, Europa) nella serie “Il ritratto evitato” (“The Averted Portrait”), esposta in gallerie e musei internazionali, soprattutto in Cina, dove dal 2013 al 2018 Gertz ha insegnato al College of Art and Design dell’Università di Tecnologia di Pechino e nella sua città natale, Düsseldorf.

IL PROGETTO

L’intero progetto adesso è diventato un libro, “The Averted Portrait” (Kerber ed.), con testi di Clare Freestone, curatrice alla National Portrait Gallery di Londra, Barbara Til, curatrice a Kunstpalast di Düsseldorf e Susanna Brown, già curatrice al Victoria and Albert Museum, mentre fino alla fine di marzo il Theatre Museum di Düsseldorf ospita la mostra “Costume X Fashion Costume as an Inspiration for Art and Fashion” in collaborazione con l’Opera di Düsseldorf e la Galleria Clara Maria Sels. In esposizione “ritratti evitati” di Gertz con ballerini e cantanti dell’Opera di spalle indossando costumi del fondo del Teatro dell’Opera. Si tratta di oltre cento fotografie scattate in tutto il mondo di donne di spalle, «perché l’aspetto facciale distoglie l’attenzione dall’abito, principale protagonista in virtù - spiega l’artista - del linguaggio non verbale. Per molto tempo infatti le persone, in ambito sociale, erano per lo più viste di spalle, come in chiesa o nelle parate, e i codici sociali venivano letti dal costume e i suoi dettagli, come i foulard, gli scialli, le pettinature, i nastri...». Ma, più metaforicamente, forse il ritratto di spalle (quindi “evitato”) riflette anche il principio per cui Gertz ha dedicato una vita intera a viaggiare in cerca di queste testimonianze, e cioè «enfatizzare la distinzione delle nostre differenze» messe a rischio da una generale omologazione globale.

DALL’AFRICA ALL’ASIA

 Soprattutto in Africa, dove l’Occidente spedisce l’invenduto dei marchi di moda trasformando il continente in un deposito di stoccaggio e mercato di seconda mano e dove dunque «è praticamente finita l’industria tessile locale. Ma questo fattore ha creato un interessante mix di locale e tradizionale, ad esempio donne in costume che portano Adidas o Puma». Così sotto Covid, Gertz riesce incredibilmente a fotografare le donne Masaai ai piedi del Monte Kenya e sul lago Turkana dove inaspettatamente appunto spuntavano T-shirt o borsette occidentali abbinati al costume storico. Del 2017 è la serie sulla Cina, con abiti della Dinastia Tang dal 617 al 907 d.C. «Qui l’approccio fu diverso. Restavano pochissimi esemplari di costumi storici, distrutti dalla Rivoluzione degli anni ‘60. Decisi di non utilizzare i rifacimenti dozzinali fatti ad hoc per i turisti e coinvolsi l’Università di Scienze Applicate di Shangai con cui ricreammo con il team di restauro del costume cinese dei costumi dopo approfondite ricerche».

ECHI LONTANI

 Sempre in Cina, e forse ovunque nel mondo, per quanto la pratica tessile artigianale stia vivendo un momento di revival, «l’industria occidentale della moda sta cannibalizzando il pianeta e occidentalizzando i consumatori». Ma esiste un elemento di indubbio interesse che rende questi costumi a loro modo internazionali. Così l’artista: «Ho notato che in alcuni casi coesistevano motivi o dettagli uguali in costumi di Paesi lontanissimi fra di loro come fra la Namibia e la regione di Marburgo in Germania, dove ritrovai una medesima coroncina in cuoio per i vestiti nuziali, o il motivo ricorrente della peonia, sia nei costumi del Messico sia della Cina». Non solo echi fra mondi lontani dunque, ma anche collante fra generazioni, come la serie del 2019 sui costumi sardi dove le donne si passano il costume di generazione in generazione preservandolo e indossandolo come un gioiello di famiglia rendendo questi abiti attuali e vivi, «non reliquie del passato ma eredità culturale sovra-temporale». Eredità che non teme la contaminazione col nuovo ma se ne appropria adattandolo alla propria storia, uso e identità. 

Ultimo aggiornamento: 23 Febbraio, 08:13 © RIPRODUZIONE RISERVATA

PIEMME

CONCESSIONARIA DI PUBBLICITÁ

www.piemmemedia.it
Per la pubblicità su questo sito, contattaci