Negli Usa afro-americane discriminate due volte: vittime di razzismo e stereotipi

Sabato 27 Giugno 2020 di Anna Guaita
Negli Usa afro-americane discriminate due volte: vittime di razzismo e stereotipi

Non più sotto chiave. I prodotti liscianti e ammorbidenti che le donne afro-americane usano per i loro capelli crespi erano tenuti in vetrine chiuse a chiave. Sull'onda del movimento contro il razzismo, varie catene di farmacie hanno deciso di abbandonare questa regola. Ma la notizia ha attirato grande attenzione, contribuendo a riaprire una conversazione vecchia di decenni e finora mai risolta. Da un canto, il fatto che i prodotti tipicamente usati dalla popolazione nera fossero tenuti sotto chiave confermava l'esistenza di un pregiudizio sull'onestà di queste clienti, dall'altra l'abbondanza di tali prodotti ha ricordato come le donne afro-americane debbano farne largo uso per essere meglio accettate sul luogo di lavoro. Insomma in un sol colpo abbiamo potuto constatare due indizi di quella discriminazione che secondo Black Lives Matter è così radicata che quasi la gente neanche la nota.

LE APPARENZE
Le manifestazioni di queste ultime due settimane stanno spingendo gli americani a fare un esame di coscienza più profondo e sincero che non nel passato. Forme di discriminazioni come quella di sospettare la gente di colore di essere ladra, come discriminare una donna perché ha i capelli crespi, e quindi «non presentabili» (come sostengono famose catene di negozi, scuole, uffici e perfino le Forze Armate) non sono che un minimo esempio di quello che gli afro-americani vivono quotidianamente. «Spendo più di cento dollari al mese per lisciarmi i capelli ci racconta Rhonda, la cassiera di una delle farmacie che teneva i prodotti sotto chiave - Se non lo facessi, avrei capelli ricci, un afro, e probabilmente non avrei più il lavoro».
Varie voci si sono chieste come sia possibile che ci sia ancora tanto sotterraneo razzismo, nei confronti delle donne nere soprattutto, quando si vedono afro-americane in posizione di spicco nel mondo dello spettacolo, della politica, della cultura. Mentre le città manifestavano, ad esempio, abbiamo visto le sindache di Chicago, Washington, Atlanta, San Francisco, Charlotte, New Orleans navigare acque turbolente con un misto di diplomazia, scaltrezza politica e un pizzico di istinto materno. Mentre il presidente era sotto impeachment a dicembre e gennaio, abbiamo ascoltato deputate e senatrici afro-americane mettere sotto griglia i testimoni con una determinazione e un acume legale che spesso i loro colleghi maschi non dimostravano. E durante il lockdown, giornaliste come Joy-Ann Reid, Gayle King e Robin Roberts, della Nbc, Cbs e Abc, sono state tra i volti che ci hanno informato ora dopo ora, mentre grandi stelle dell'intrattenimento, come Lizzo e Beyoncè, hanno dato l'esempio impegnandosi ad aiutare finanziariamente piccole imprese familiari in difficoltà. Dovunque uno si giri, cioè, vede afro-americane ai vertici della società, modelli di intelligenza, successo, generosità.
Ma il quadro è ingannevole, perché se si scende di qualche gradino, si scopre quanto ancora questi modelli siano una rarità, quanto il cammino di un donna di colore sia pieno di ostacoli, e i rischi di finire ai margini siano per lei molto superiori che non per il resto della popolazione. Uno studio sulle donne nel posto di lavoro, condotto annualmente dall'Organizzazione LeanIn e dalla società di consulenza McKinsey and Co. rivela che «le donne di colore sono sottorappresentate a tutti i livelli», che sono «raramente promosse a posizioni manageriali», esposte a discriminazione «quotidianamente» e «meno aiutate dai colleghi». Secondo Kim Ashby Fowler, avvocato e consulente in materia di risorse umane: «La diversità significa invitare una persona a una festa, l'inclusione significa invitarla a ballare». La diversità cioè comincia a essere diffusa ed accettata e le donne di colore si vedono in tutti i settori della società, ma molto raramente compaiono nei settori dirigenziali, cioè dove «si balla».
Le donne di colore devono di fatto superare un doppio tetto di cristallo, non solo quello che condividono con le bianche semplicemente perché sono donne, ma anche quello secolare riservato solo a loro perché afro-americane. Lo provano i numeri. Il National Bureau of Economic Research ha fatto un esperimento: ha inviato 5mila curriculum in risposta a 1300 annunci di offerte di lavoro, e ha così potuto constatare che i curriculum con il nome di una donna evidentemente di colore aveva la metà delle possibilità di essere preso in considerazione. A totale parità di esperienza e livello di studi, una Emily riceverebbe il doppio di convocazioni rispetto a una Lakisha. E se è vero che percentualmente le donne di colore sul mercato del lavoro sono più delle donne bianche, tuttavia solo il 26% ottiene impieghi in cui guadagna dai 50 mila dollari in su, contro un 48% delle donne bianche.

GLI STEREOTIPI
Nel destino di una donna di colore, come di una donna bianca, giocano tanti elementi, dallo Stato in cui nasce, la città, perfino il quartiere, per non parlare poi del ruolo della famiglia. Il dilagare di programmi tv tipo reality ha contribuito a diffondere l'immagine stereotipata della donna di colore single e con bambini, obesa, dipendente dall'assistenza pubblica e pronta a sbraitare alla minima provocazione. La realtà è diversa: fra tutte le persone che percepiscono l'assistenza pubblica, la percentuale delle bianche e delle nere è praticamente identica, rispettivamente con il 38,8 e il 39 per cento. La percentuale di bianche e nere con un diploma di scuola superiore è identica, ma solo il 23 per cento di loro si laurea, contro un 30 per cento fra le bianche. Leader come Michelle Obama, come la star Oprah Winfrey, la tennista Serena Williams, la scienziata Kimberly Bryant non sono che alcuni dei nomi di donne afro-americane che stanno cercando di insegnare alle bambine nuovi orizzonti e nuova fiducia. Il momento sembra decisivo perché anche le donne di colore siano finalmente invitate «a ballare». Grandi aziende e istituzioni cercano di disfarsi di simboli o comportamenti razzisti. Ma l'attivista Sharon Chuter, fondatrice e presidente di una nota società cosmetica, ammonisce: «Grazie di queste parole e questi tentativi. Ma adesso fate seguire le azioni, e assumete donne afro-americane. Datevi da fare o tacete»
 

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