Le madri di 'ndrangheta: «Giudice, salvi i nostri figli. Li allontani dalla Calabria»

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Le madri di 'ndrangheta: «Giudice, salvi i nostri figli. Li allontani dalla Calabria»

di Maria Lombardi


ROMA «Quando vedo i miei bambini felici, il mio pensiero va a lei. Ringrazio Dio, di averla messa sulla mia strada». Lettera a un giudice. La scrive una madre, una delle tante donne di ndrangheta che hanno scelto per i loro figli un destino diverso. Non più quello segnato dal cognome e dalla famiglia, le faide, la vendetta e il carcere perché così è stato per il padre gli zii e il nonno, e c'è anche da andarne fieri: è la legge del clan. Grazie giudice, perché dopo aver perso il marito non voglio perdere anche mio figlio. «Sono la madre di un ragazzo di 15 anni e uno di 13. Temo che possano finire in carcere o essere ammazzati come mio padre e mio fratello oppure come mio suocero». La prego, mi aiuti. 

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Lettere così il presidente del tribunale dei minori di Reggio Calabria Roberto Di Bella ne ha ricevute tante. Sempre più donne si rivolgono a lui per andare via dalla Calabria insieme ai figli e ricominciare altrove una vita diversa, senza più spari sangue e silenzio, anche il dolore è una vergogna. Una quarantina di mogli e madri, finora. «Le chiamo le vedove bianche, sono donne con i mariti in carcere per scontare ergastoli o condanne di 30 anni - racconta il giudice - o anche donne i cui mariti sono stati assassinati. Mogli di boss, segregate in casa e prigioniere delle famiglie. Non hanno alcuna possibilità di sottrarsi al controllo dei parenti, restando in Calabria. Sono loro che ci chiedono di essere aiutate ad andar via insieme ai figli. Vengono nei nostri uffici in gran segreto, alcune in lacrime».

Le donne in fuga dalla ndrangheta e se qualcosa in quei paesi cambierà sarà anche merito loro. Non sono collaboratrici di giustizia - o almeno pochissime lo sono - si dissociano ma senza denunciare i loro familiari. Possono essere aiutate grazie al protocollo d'intesa che Libera, l'associazione contro le mafie, con il sostegno della Conferenza episcopale italiana, ha siglato con il dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio, Tribunale per i minorenni, Procura per i minorenni e Procura distrettuale di Reggio Calabria e Procura nazionale antimafia, per assicurare una rete di protezione e di sostegno ai minori e alle madri di famiglie mafiose che cercano un'alternativa. Liberi di scegliere, si chiama così il progetto. 

Un lavoro lungo, cominciato nel 2012. «Negli ultimi 25 anni il tribunale di Reggio Calabria ha processato oltre 100 minori per reati di criminalità organizzata, di cui una cinquantina per omicidi e tentati omicidi. Alcuni coinvolti in processi per sequestri di persona o traffico di droga, altri negli omicidi o nei tentati omicidi delle madri colpevoli di aver tradito i loro mariti chiusi in carcere. Una volta cresciuti questi adolescenti, in qualche caso, sono stati uccisi o sono finiti nel regime penitenziario duro. Per interrompere questa spirale e censurare il modello educativo mafioso, abbiamo applicato questo orientamento: nei casi in cui la famiglia arreca pregiudizio concreto all'integrità emotiva e allo sviluppo del minore, si decide per la decadenza della responsabilità genitoriale. Sia chiaro: non togliamo niente a nessuno, non chiediamo ai ragazzi di rinnegare i genitori ma li tuteliamo. I provvedimenti sono sempre concordati. Adesso anche le donne chiedono di seguire i figli. In queste famiglie c'è una grande sofferenza, finora taciuta». 

I minori in alcuni casi vengono affidati ad altri nuclei familiari, più spesso cambiano città insieme alle madri e vengono aiutati e protetti. «Lo consideriamo un Erasmus della legalità, fuori da quel contesto i ragazzi rinascono, non vivono più comprimendo le emozioni e i talenti, nel terrore di tradire la famiglia, si fidanzato e conoscono altri modelli di vita. E non vedono più il carcere come una medaglia da appuntarsi al petto».

«SONO STANCA...»
«Sono stanca, non voglio che i miei figli restino in Calabria», una donna già condannata per mafia in attesa della sentenza della Cassazione scrive al giudice. «Se torno in carcere voglio che una famiglia prenda i miei figli». Il vicepresidente dell'associazione Libera Enza Rando ha trovato una famiglia ai ragazzi e difeso la madre. «Quando la donna ha ottenuto una misura alternativa, ha raggiunto i figli e si è creata una famiglia allargata. Per portare avanti questo progetto servirebbero una copertura normativa e risorse finanziare stabili. Una legge nazionale, come un piano Marshall contro la ndrangheta». Queste storie hanno ispirato anche una fiction tv, Liberi di scegliere, trasmessa questo inverno.
«Caro giudice, la ringrazio per l'opportunità che sta dando a miei figli. L'avessi avuta anche io quando ero un ragazzino, mi sarei risparmiato questa pena infinita». Lettera di un papà dal carcere. 
 
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Venerdì 7 Giugno 2019, 10:29






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1 di 1 commenti presenti
2019-06-11 23:57:27
....li rimetta ....sulle isole......!