Il #MeToo scuote il mondo islamico: sui social dilaga l'hashtag #enazeda, «anch'io» in arabo

Sabato 7 Dicembre 2019 di Simona Verrazzo
Il #MeToo scuote il mondo islamico: sui social dilaga l'hashtag #enazeda, «anch'io» in arabo

A nove anni dalla Rivoluzione dei Gelsomini, partita in Tunisia il 17 dicembre 2010 e che ha trasformato l'assetto geo-politico di nord Africa e vicino Oriente, negli ultimi mesi il mondo arabo è attraversato da una nuova ondata di proteste sulla scia del #metoo globale. Il riferimento è al movimento di denuncia degli abusi sessuali e delle violenze verso le donne, scoppiato nell'ottobre del 2017 in seguito alle accuse pubbliche fatte al produttore cinematografico statunitense Harvey Weinstein, ora sotto processo.

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In una società complessa e tradizionalista come quella araba, a maggioranza islamica ma con importanti minoranze cristiane, il #metoo viene visto dagli analisti come una nuova presa di coscienza da parte dei cittadini, donne ma anche uomini, che si mobilitano per chiedere uguaglianza di diritti, così come di pene per chi compie un reato: se fino a pochi anni fa, nel mondo arabo, la denuncia di abusi sessuali era un tabù, oggi la tendenza si sta invertendo, tanto che per ogni paese viene lanciato un hashtag locale.

Che siano semplici cittadini piuttosto che personalità, il movimento di denuncia tra nord Africa e vicino Oriente non si arresta. Tra i personaggi più noti finiti nella bufera, questa estate, c'è il calciatore Amr Warda (26 anni), prima espulso dalla nazionale dell'Egitto per le accuse che gli hanno rivolto diverse donne, poi immediatamente reintegrato, grazie all'intercessione della star del calcio arabo e suo connazionale Mohamed Salah, riammissione-lampo che ha scatenato dure proteste. Proprio di origini egiziane è la giornalista e attivista Mona Eltahawy, che nel 2018 ha lanciato la campagna #mosquemetoo, per dare voce alle donne musulmane che hanno subito abusi e violenze in moschea e durante il Pellegrinaggio alla Mecca.

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Altro caso che ha fatto il giro del mondo arriva dalla Tunisia, dove sotto accusa è andato un deputato appena eletto nel voto del 6 ottobre. Lo scandalo scoppia qualche giorno dopo, il 10 ottobre, quando una studentessa di 19 anni di un liceo della città di Nabeul, nel nord-ovest del paese, pubblica sui social network la foto che lo ritrae parzialmente nudo in macchina, di fronte alla sua scuola. La giovane lo accusa di molestie e di essersi masturbato davanti a lei. Zouheir Makhlouf, di Qalb Tounes, il partito fondato dal miliardario Nabil Karoui, inizialmente cerca di difendersi spiegando di essersi spogliato per urinare (sarebbe incontinente per il diabete), ma la sua versione non ha convinto e il 14 ottobre è comparso in tribunale, accusato di «molestie sessuali e indecenza». Di pari passo con l'iter giudizio dilaga su Internet la protesta di migliaia di donne tunisine che, messi da parte i timori, denunciano e condividono le molestie e gli abusi subiti. Nasce così l'hashtag #enazeda, che nel dialetto arabo parlato in nord Africa significa «Anch'io», creato dall'ong Aswat Nissa (Voci di Donne).

LA RIVOLTA
Un anno fa la protesta e un altro hashtag è stato lanciato in Marocco: #masaktach, che significa «Non starò in silenzio», nato da un caso di cronaca che ha sconvolto il paese nordafricano. La 17enne Khadija ha pubblicamente denunciato sui social network la sua terribile esperienza, quella di essere stata rapita, violentata e torturata per due mesi da uomini del suo villaggio. Una storia che ha squarciato il velo di paura e omertà, dando nuova consapevolezza e potere alle donne marocchine. Prova ne è l'indignazione verso il popolare cantante Saad Lamjarred, processato in Francia per stupro. La mobilitazione è tale che diverse radio del Marocco hanno sospeso le trasmissioni delle sue canzoni in segno di solidarietà verso le vittime.
Dal nord Africa al vicino Oriente, il mondo arabo è tanto vasto quanto diverso. In Libano, che proprio in queste settimane è attraversato da una vasta ondata di proteste legate alla crisi economica, il #metoo ha portato all'organizzazione di eventi pubblici, come la conferenza Molestie sessuali oltre #metoo che si è svolta ad aprile presso l'American University of Beirut: tra gli argomenti trattati anche quello delle molestie sessuali che le ragazze subiscono nei campus universitari. E da metà ottobre le strade della capitale libanese sono teatro di manifestazioni da parte delle donne, che denunciano una doppia ingiustizia. Oltre a leggi discriminatorie in base al sesso ci sono quelle che regolamentano le diverse comunità che compongono il Libano: musulmano-sunniti, musulmano-sciiti, cristiano-maroniti, cristiano-greco ortodossi.

GLI SCANDALI
Tra i casi di violenza sessuale che hanno scatenato polemiche c'è quello di Dayna Asyah: per tre anni dipendente di Radio Beirut, il giorno della festa della donna ha denunciato sui social le violenze subite sul posto di lavoro. È invece dell'anno scorso la campagna di street art #minelfelten? (letteralmente: Vergogna su chi?), in cui vengono raffigurati i volti degli stupratori così come descritti dalle vittime, lanciata dall'ong Abaad (Dimensioni).
Nella vicina Giordania l'effetto del #metoo ha spinto una diciassettenne di Amman, Rama Hamad, a realizzare il documentario Jordan speaks up (La Giordania parla). Il video, uscito a ottobre e immediatamente diventato virale, dura poco più di 20 minuti, è in inglese con sottotitoli in arabo e raccoglie i filmati di ragazze che leggono le esperienze di molestie sessuali vissute da altre giovani. Il video ha scatenato durissime polemiche e c'è chi ha accusato Rama Hamad di dare una cattiva immagine della Giordania, ma l'hashtag con il titolo del suo lavoro, #jordanspeaksup, sta accompagnando decine di post di denuncia anche sui social network.
 

Ultimo aggiornamento: 22:28 © RIPRODUZIONE RISERVATA