Sos mamme vittima di mariti violenti, Commissione sul Femminicidio punta a cambiare il dl Cura Italia

Giovedì 21 Maggio 2020 di Franca Giansoldati

Un dramma nel dramma. Una violenza nella violenza. Come una catena che non si riuscisse a spezzare mai. «Riuscire a dimostrare la violenza domestica in sede giudiziaria per molte donne, soprattutto se si trovano in fase di separazione e sono coinvolti dei figli minori, diventa una impresa quasi impossibile». Mentre la Commissione Parlamentare d'Inchiesta sul Femminicidio ha presentato la proposta di emendamento all'articolo 83 del dl Cura Italia (finalizzata a proteggere le vittime di violenza domestica dall'eventualità di dover incontrare i padri violenti, dai quali si sono separate, nel contesto degli incontri protetti previsti per garantire la relazione con i loro figli), il Comitato Madri Unite contro la Violenza Istituzionale - un movimento trasversale, bipartisan e nazionale - è intervenuto per spiegare perchè il percorso «è quasi impossibile da portare avanti» ed è «totalmente sbilanciato ai danni delle donne». I casi che sono stati portati all'attenzione della Commissione Parlamentare e sono stati esaminati dai giuristi sono tantissimi, gravi, ma tutti molto simili nelle dinamiche. 

In pratica, spiegano gli esperti, la stragrande maggioranza delle denunce per violenza delle madri vengono o archiviate («perche' ritenute strumentali o vengono addirittura ritirate sotto la pressione delle stesse istituzioni, giudici, avvocati, consulenti tecnici d'ufficio»). Il dramma è che le mamme vittime di violenze sono di fatto minacciate - quasi schiacciate - dalla possibilità di vedersi strappare i figli in sede di procedimento civile se non si mostrano collaborative con il compagno o l'ex marito violento e spesso anche già condannato. 

Persino nella rara circostanza in cui, in seguito alla denuncia, si riuscisse a far avviare un procedimento in sede penale a carico del compagno violento - cosa che comunque prevede, come noto, tempi molto lunghi - e perfino in caso di condanne anche al terzo grado di giudizio, questi mariti violenti continuano a poter far valere  «in modo prepotente» il proprio diritto alla genitorialita' appellandosi alla legge 54/2006 che prevede di fatto l'obbligo dell'affido condiviso. Una legge che considera la bigenitorialita' come il supremo interesse del minore da preservare a tutti costi anche a rischio della salute e incolumita' psico-fisica dei bambini e molto spesso contro la stessa espressa volontà dei piccoli.

La casistica è varia e dimostra che di fatto non esiste nessuna differenza tra i casi di madri che hanno gia' perso i propri figli in favore del padre violento (e sempre piu' spesso previo inserimento dei minori in case famiglia per recidere il legame con la madre prima di essere consegnati al padre, il quale spesso e' il promotore della richiesta di collocamento dei figli in casa famiglia come atto punitivo verso la ex partner), e quelle che invece ne hanno ancora la custodia e che vivono, con i propri bambini.


Donne che per anni vivono in una specie di regime di 'liberta' vigilata', controllate e private della libertà' personale in particolare quando i bambini sono affidati ai Servizi sociali o a Tutori. Le mamme vivono in costante ed estenuante attesa che da un momento all'altro possano essere emessi dai Tribunali decreti di allontanamento dei figli.

Tutto per avere denunciato un partner violento.

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