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Cambiare assetto istituzionale si può: con il dialogo e inserendo la riforma nel programma elettorale

Mercoledì 17 Agosto 2022
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Egregio Direttore,

concordo con Lei direttore che il dibattito sul mutamento degli assetti istituzionali non vada affrontato ideologicamente ma secondo un criterio di scelta basato sulla efficienza e sulla rappresentanza. Non esiste infatti una forma di governo migliore in assoluto né si può pensare che ci sia una forma di governo che vada bene dappertutto, in quanto ogni stato ha la sua storia. Vanno valutati invece i vantaggi ed i limiti di ogni forma di governo. Quella presidenziale degli Usa e quella semipresidenziale della Francia hanno il vantaggio di garantire stabilità alla figura del presidente ma hanno il limite che se la maggioranza politica che ha eletto il presidente non coincide con la maggioranza politica presente in Parlamento, si crea una situazione tale da impedire o da rallentare ai presidenti la realizzazione dei propri programmi. In Italia quello della elezione diretta dei sindaci è il sistema che si è dimostrato più efficace, allora perché non prendere a modello questo sistema e trasferirlo non tanto nella elezione diretta del Presidente della Repubblica, che è più giusto, secondo me, che conservi una funzione di garanzia, quanto piuttosto nella elezione diretta del capo del governo? In generale, comunque, le riforme costituzionali non vanno fatte a spizzico e buttate nel tritacarne di una campagna elettorale, ma secondo un disegno complessivo coerente ed il più possibile condiviso.
Angelo Baldan
Volpago del Montello (Treviso)


Caro lettore,
sarebbe certamente auspicabile che tutte le riforme di sistema e quindi a maggior ragione quella che modifica i criteri di scelta e le prerogative del Capo dello Stato fosse condivisa dal maggior numero di forze politiche possibili, ma dobbiamo anche ricordare che in Italia troppo spesso condivisione fa rima con confusione o con inconcludenza. La nostra storia parlamentare è ricca di inutili commissioni bicamerali create per riformare le istituzioni anche in senso presidenziale che nulla hanno prodotto se non qualche verboso documento finito rapidamente negli archivi. Mentre la volontà di trovare un ampio consenso ad ogni costo ha prodotto riforme elettorali assurde come il Rosatellum con cui andremo a votare anche il 25 settembre. Quindi credo che, anche su una riforma di questo tipo, valga il principio che va ricercata la più ampia adesione delle forze politiche, ma se poi ciò si rivela impossibile, chi ha i voti e la responsabilità deve e può decidere. Anche per questa ragione ritengo sia giusto, anzi direi necessario, che chi propone una riforma presidenziale si rivolga agli elettori e la inserisca chiaramente nel suo programma: saranno i cittadini a valutare se la considerano un'opzione giusta o sbagliata. Questo vale in particolare in Italia, dove per qualcuno se a eleggere il capo dello stato saranno i cittadini e non più solo i parlamentari, verrà messa a rischio la democrazia e la libertà di tutti noi. Ai sostenitori e ai detrattori del presidenzialismo andrebbe comunque ricordato che l'assetto istituzionale di una nazione è importante, ma a far la differenza sono innanzitutto le classi dirigenti, le loro proposte e la loro capacità di realizzarle: un mediocre capo dello Stato sarà tale anche se votato dal popolo. Non dimentichiamolo: anche in politica la sostanza conta più della forma.

      
 

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