Aprire o no le piste da sci? Importante è decidere presto e prevedere, in caso di chiusura, ristori certi e rapidi

Sabato 28 Novembre 2020

Caro direttore, 
la scelta del premier di tenere chiuse le piste da sci è assolutamente sensata, visti i numeri della pandemia per nulla sconfitta. Anche la Francia è sulla stessa lunghezza d'onda. Svizzera e Austria riapriranno invece gli impianti. Tutto ciò non farà altro che aumentare la circolazione delle persone e vanificherà gli sforzi sin qui attuati. Anche in questo l'Europa è assente.

Gabriele Salini


Caro lettore,
se il governo ritiene che non ci siano le condizioni sanitarie per sciare sulle piste a Natale, non può che vietarne l'apertura degli impianti sciistici. Ma, come spesso accade, l'efficacia e la bontà di una decisione derivano anche dalle modalità con cui questa viene presa e dai provvedimenti che vengono introdotti per gestirne le conseguenze e le ricadute. Mi spiego meglio. Se il governo, sulla base dei dati epidemiologi e delle indicazioni del Comitato tecnico scientifico, ritiene di dover vietare l'apertura degli impianti di risalita per le prossime vacanze, dovrebbe come prima cosa comunicarlo subito. Anzi, avrebbe già dovuto farlo. Le piste da sci infatti non si creano da sole, vanno preparate e se non nevica o nevica poco, vanno attivati per tempo i (costosi) impianti di innevamento artificiale.

Ugualmente: funivie e skilift non sono robot. Per funzionare hanno bisogno di addetti che devono essere assunti con appositi contratti stagionali. C'è insomma tutta un' attività di programmazione e preparazione di cui tener conto. Se non lo si fa, come sta accadendo, se si attende fino all'ultimo minuto prima di prendere una decisione, si moltiplicano danni e perdite per gli operatori del settore e le comunità della montagna. In secondo luogo se gli impianti non aprono occorre prevedere da subito i ristori ed erogarli in tempi certi e rapidi. Non è difficile: basta prendere i fatturati degli ultimi due anni delle società degli impianti e prevedere una quota in percentuale di rimborso (facciamo un ipotesi: il 60%) sulla base degli incassi, come accade del resto altri paesi. Inoltre occorre evitare che, mentre l'Italia chiude altri paesi vicini tengono aperti piste e impianti. E se l'Europa non riesce a impedire che ciò succeda, non resta che chiudere le frontiere, per impedire che gli sciatori passino il confine per andare a sciare e ingrassare i fatturati dei nostri più disinvolti concorrenti esteri. Come sempre: non è solo un problema di decisioni, ma anche di organizzazione, tempismo e chiarezza. Altrimenti anche la più giusta e ragionevole delle scelte si trasforma in un boomerang. 

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