Urlare Je suis Daniel non significa essere d'accordo con la satira estrema, ma dire no a una cultura di morte

Giovedì 22 Ottobre 2020
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Egregio Direttore,
l'efferato omicidio a Parigi del docente Samuel Paty è legato strettamente alle ben note vignette satiriche su Maometto della rivista francese Charlie Hebdo di cui tutti ricordiamo gli atti terroristici che ne sono susseguiti. Premetto che non c'è assolutamente giustificazione alle reazioni e alle barbarie che sono nate a seguito di tali vignette compreso l'omicidio del docente, però dal mio punto di vista un argomento delicato e suscettibile come la fede religiosa non dovrebbe mai essere oggetto di satira o scherno da parte di enti di informazione e giornalismo; come un Musulmano si sente offeso per le caricature su Maometto, un Cristiano lo può essere se si deride Gesù o un Buddhista per Buddha. Con questo non voglio fare intendere che Samuel se l'è cercata, però non trovo neanche coerente che le vignette di Charlie Hebdo siano un esempio di libertà di informazione da portare in classe. Per questo motivo, come all'epoca dei fatti non ero d'accordo nel seguire e appoggiare l'onda emotiva di Je suis Charlie, neanche oggi mi sento di dire Je suis Samuel

Riccardo Battiston


Caro lettore, 
ogni opinione è lecita. Almeno per la nostra cultura e per la nostra idea di tolleranza. Ma urlare Je suis Samuel non significa condividere il contenuto delle vignette di Charlie Hebdo e neppure essere d'accordo con la loro pubblicazione. Significa dissociarsi in modo netto, profondo e radicale da una cultura di morte. Significa ribadire la propria estraneità e alterità da una concezione così spregevole dell'uomo e della vita. Quelle tre semplici parole tracciano un confine. Di civiltà. Un disegno o un testo satirico possono piacere o meno. Possono essere detestati, disprezzati e duramente contestati. Ma non può esistere una satira a libertà limitata o condizionata. Proprio per discutere di questo il professor Samuel Paty aveva portato le vignette di Maometto in classe. Non per umiliare qualcuno, ma per far riflettere i suoi studenti e con i suoi studenti sui temi della libertà non solo religiosa, della tolleranza, del significato stesso della parola democrazia. Il brutale assassinio che ha interrotto la vita di questo professore dimostra solo che c'è un pezzo di mondo nel cui vocabolario queste parole non hanno nessun diritto di cittadinanza. Urlare Je suis Samuel è una risposta a questi assetati di sangue e di morte. 

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