Non serve un ministro per la montagna, ma la politica nazionale smetta di considerarla un mondo di serie B

Domenica 18 Ottobre 2020
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Caro direttore,
il decreto agosto ha, tra le altre misure, introdotto un nuovo regime fiscale rivolto alle imprese con sede in gran parte delle regioni del Mezzogiorno (Umbria, Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia) riconoscendo di fatto uno sgravio dei costi contributivi sul personale dipendente (nuovo e già assunto) del 30%. L'iniziativa diventa ancor più interessante se si tiene presente che l'intento del Governo è quello di rendere la misura strutturale, addirittura (Bruxelles permettendo) con effetti fino al 2029. Una misura concreta che, sebbene sarà come sempre in queste occasioni giudicata per la sua efficacia dal tempo, può essere letta come un grande risultato di riscatto e di prospettiva per l'imprenditoria del Sud del Paese. Il Ministro per il Sud Giuseppe Provenzano ha infatti dichiarato che il piano della fiscalità di vantaggio per il Mezzogiorno è giustificato dal fatto che «...il Sud ha meno infrastrutture, meno servizi e questo ha un costo per le imprese...». La misura è interessante e lo sarebbe non solo per il Mezzogiorno ma per tutte le aree dove per fattori di contesto fare impresa costa inevitabilmente di più, d'altronde potremmo tranquillamente sostituire nella dichiarazione del Ministro le parole il Sud con il Comelico, l'alto Agordino o con il nome di numerose altre aree della nostra Provincia. E se a dirlo fosse un Ministro per la Montagna? Forse cosi è troppo...


Michele Pellegrini 


Caro lettore,
di ministri credo ce ne sia un numero già sufficiente, non ne aggiungerei un altro. Basterebbe ci fosse una politica per la montagna o almeno un'attenzione. Che invece non c'è. Eppure le terre alte rappresentano una quota rilevante del nostro territorio: circa il 35%. Significa che più di un terzo dell'Italia sta in montagna, anche se gli abitanti rappresentano solo poco più del 12% del totale. Una quota comunque importante, che tuttavia è stata spesso ignorata o poco considerata dalle politiche nazionali. Mancano linee guida, manca la conoscenza di un mondo che sa essere magnifico ma anche molto difficile e faticoso; manca, in particolare, una politica per l'economia delle terre alte che non solo tuteli la specificità dell'ambiente montano e lo difenda da chi vorrebbe trasformarlo in un terreno di gioco a disposizione di chi sale dalle città, ma si preoccupi anche di coloro che quei luoghi abitano e vorrebbero continuare a farlo, che tra quelle montagne lavorano e fanno impresa con sacrifici e costi assolutamente non paragonabili a quelli di altre aree geografiche. Questa disattenzione o disinteresse verso la montagna si esprime in tanti modi. Basti pensare alla prossima stagione invernale. Quali saranno le regole da applicare per far funzionare gli impianti sciistici in tempo di Covid non è ancora chiaro. Non è stato previsto un protocollo, non sono state discusse e valutate norme specifiche. E non stiamo parlando di un'attività marginale, di puro svago, ma di una industria che vale 11 miliardi di euro e da cui dipende il presente e il futuro di molte comunità. Speriamo che qualcuno se ne ricordi. E che gli abitanti della montagna smettano di essere considerati da gran parte della politica nazionale cittadini di serie B.

Ultimo aggiornamento: 16:33 © RIPRODUZIONE RISERVATA