I politici eletti non sono soldatini di partito: ma meglio evitare gli "assalti alla diligenza" quando votano i bilanci

Sabato 2 Dicembre 2023


Egregio Direttore,
Il Gazzettino riportava ieri la notizia della querelle avvenuta in seno alla Regione Veneto relativa ad un emendamento di un Consigliere Regionale, di maggioranza, in merito agli asili nido, che ha vista l'approvazione dell'emendamento. Tale querelle fa sorgere degli interrogativi che dal Consiglio Regionale si può configurare anche nei Comuni. L'art 67 della Costituzione recita "Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato". Con la legge elettorale in vigore con le liste bloccate l'elettore non vota il candidato, ma il partito o lista per cui ci ritroviamo un Parlamento di nominati a priori. Ben diverso il caso delle elezioni Regionali e Comunali dove vengono eletti/votati i relativi Presidente e Sindaco, nonché i consiglieri. In particolare per i consiglieri comunali l'elettore che esprime una preferenza deve scrivere di suo pugno il nome e cognome del candidato sulla scheda. Il Presidente e Sindaco provvedono poi alla formazione della giunta dove nei comuni sussiste l'incompatibilità tra assessore e consigliere. Detto ciò chiedo i consiglieri regionali e comunali in particolare devono solo premere il ditino? Credo proprio di no!
Celeste Balcon
Belluno

Caro lettore,
ma certo che i consiglieri regionali e comunali non servono o non dovrebbero servire solo per premere il ditino o votare in base a ciò che ha deciso il partito o la coalizione di appartenenza.

Ma ogni principio va poi declinato nella realtà. E la realtà di decenni di votazioni sulle leggi di bilancio, regionali e nazionali, ci racconta di veri e propri assalti alla diligenza delle manovre economiche condotti da parlamentari e consiglieri di maggioranza e di opposizione, impegnati a ottenere, attraverso emendamenti mirati, fondi per il tal comune o la tal associazione (quasi sempre dello stesso collegio elettorale del proponente), norme che agevolano singole aziende o specifici settori a discapito di altri, scivoli previdenziali o "aiutini" per la tale categoria piuttosto che per un'altra. Le conseguenze di questo lavorìo ai fianchi dei bilanci pubblici le conosciamo assai bene: un estenuante allungamento dei tempi di approvazione delle manovre economiche e, soprattutto, la dispersione in mille rivoli di una enorme massa di denaro che finisce per essere distolta da altri obiettivi o va ad appesantire il deficit regionale o statale. Per queste ragioni le coalizioni dei partiti di governo - è successo anche a livello nazionale - decidono di blindare il bilancio, chiedendo ai consiglieri o ai parlamentari di maggioranza di non presentare emendamenti che, soprattutto in tempi di vacche magre come questi, rischiano di mettere a rischio la tenuta di manovre economiche faticosamente costruite e già condivise tra i diversi partiti. Capisco che questo possa rappresentare una limitazione delle prerogative degli eletti. Ma è anche un freno all'attivismo clientelare e alle manovre di bottega. Che raramente sono condotte nell'interesse collettivo.

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