Coronavirus e ipertesione, appello del cardiologo Rebuzzi: «Non cambiate terapia nel timore di essere più vulnerabili al virus»

Mercoledì 18 Marzo 2020
Coronavirus e ipertesione, l'appello del Cardiologo Rebuzzi: «Non cambiate terapia nel timore di essere più vulnerabili al virus»

di Antonio G. Rebuzzi*
Appello alle persone ipertese che prendono farmaci per abbassare la pressione: non sospendete le cure per timore di essere più vulnerabili a contatto del Covid-19. Non esistono prove scientifiche ad oggi, basate su studi clinici o epidemiologici, sul presunto effetto dei farmaci anti-ipertensivi ACE inibitori e dei sartani sulla trasmissione e sull'evoluzione del virus circolante. Lo conferma anche l'Agenzia italiana del farmaco.
Al momento si tratta solo di ipotesi molecolari verificate con studi in vitro. Questo vuol dire che in base alle conoscenze attuali viene raccomandato di non modificare la terapia in atto con anti-ipertensivi nei pazienti ipertesi ben controllati - si legge nel sito dell'Agenzia - in quanto esporre pazienti fragili a potenziali nuovi effetti collaterali o a un aumento di rischio di eventi avversi cardiovascolari non appare giustificato.

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IL BOLLETTINO
Posizioni analoghe sono state prese dalla Società Italiana dell'Ipertensione Arteriosa, dalla Società Italiana di Medicina Generale e delle cure Primari, dalla Società europea di Cardiologia e dalla Società Italiana di Farmacologia.

Sebbene le manifestazioni cliniche del Covid-19 siano dominate dai sintomi respiratori, alcuni pazienti, dall'entrare in contatto con il virus, possono avere anche importanti danni cardiovascolari. Da ricordare, inoltre, che avere un problema cardiaco espone, sia adulti che anziani, a maggior rischio se colpiti dal coronavirus.
In un recente bollettino clinico dell'American College of Cardiology, redatto da Mohammad Majid dell'Herman Heart and Vascular Institute dell'University of Texas at Houston, la mortalità delle persone colpite da Covid-19 è raddoppiata negli ipertesi, poco più nei diabetici e raggiunge il 10.5% nei pazienti con precedenti malattie cardiovascolari.

LO SCOMPENSO
Le motivazioni alla base di questi dati sono, al momento, sconosciute e le ricerche sono in corso. Quello che si sa è che il Sars-coronavirus principalmente colpisce gli alveoli polmonari causando i sintomi respiratori. Nei cardiopatici tali sintomi sono più severi e questo, secondo alcuni studi preliminari, potrebbe essere facilitato dalla terapia con ace inibitori o loro derivati. Questi farmaci, molto utilizzati nella terapia dell'ipertensione, delle malattie coronariche e dello scompenso cardiaco, potrebbero favorire l'attecchimento del virus a livello dell'epitelio polmonare.
Il diffondersi dei risultati, preliminari e non supportati da alcuna evidenza scientifica che si ottiene attraverso sperimentazioni cliniche, ha portato alcuni cardiopatici a sospendere senza alcuna ragione la terapia. Questo rischia di produrre danni importanti senza peraltro incidere sulla probabilità di contrarre l'infezione da Covid-19. Non vi sono prove né che il maggiore attecchimento del virus sia dovuto a tali farmaci, né che la sospensione degli stessi porti ad una riduzione del rischio nei cardiopatici. Qualsiasi ipotetico cambiamento deve essere suggerito solo dal curante, l'unico in grado di valutare il rapporto rischio-beneficio di una modifica.

*Professore di Cardiologia Università Cattolica-Policlinico Gemelli Roma
 

 
 

Ultimo aggiornamento: 11:46 © RIPRODUZIONE RISERVATA