Soumahoro, i lavoratori della cooperativa Karibu: «Costretti ad andare alla Caritas»

Le conciliazioni avviate da alcuni dipendenti sono state bloccate a causa delle ispezioni ministeriali

Mercoledì 23 Novembre 2022 di Francesca Balestrieri
Soumahoro, i lavoratori della cooperativa Karibu: «Costretti ad andare alla Caritas»

Proseguono nel più stretto riserbo le due le inchieste di guardia di finanza e carabinieri, avviate dalla procura di Latina relative a eventuali irregolarità nei contratti - ma si parla anche di cattive condizioni di assistenza dei minori ospitati in quelle strutture - delle cooperative Karibu e Consorzio Aid che gestiscono i servizi di accoglienza per i richiedenti asilo nel territorio pontino. Nel frattempo sono in corso le ispezioni del ministero delle Imprese e Made in Italy per capire cosa accadeva nelle due società che hanno preso finanziamenti regionali e statali. Come segnalato dalla Uiltucs Latina, ci sono 26 lavoratori di Karibu e Aid che non hanno ricevuto mensilità per un totale di 400 mila euro circa. Sono in corso le conciliazioni con gli ex dipendenti - tra operatori, mediatori linguistici e operatori socio sanitari - alcune risolte subito considerate le piccole somme tra gli 8 o 10 mila euro, per gli altri invece è più complicato. Proprio ieri per una lavoratrice alla quale la cooperativa deve 22 mila euro non è stato possibile firmare la conciliazione visto che, come ha spiegato nel corso dell'incontro la presidente Marie Therese Mukamitsindo - suocera del deputato di Alleanza Verdi e Sinistra Aboubakar Soumahoro - ci sono le ispezioni ministeriali e dunque «si è creata una sorta di stallo».


Ora alcuni dipendenti hanno deciso di uscire allo scoperto e raccontare la loro storia presentando anche alcuni screenshot delle conversazioni avute con la figlia della presidente - moglie di Soumahoro - che si occupava del personale e in cui chiede fatturazioni per i pagamenti per le quali non c'erano accordi e che i lavoratori non sono in grado di produrre: «Niente fatture, niente pagamento» è la conclusione.


Una di queste è una lavoratrice italiana con un part time, non pagata per 22 mensilità, assunta con contratto, a cui dunque vanno aggiunte tredicesime e Tfr. Vuole rimanere anonima, ma ci tiene a sottolineare: «Ci hanno messo a dura prova. Io avendo un part time riuscivo a gestire con un altro lavoro le entrate, chi aveva il full time e non veniva pagato invece ha dovuto fare ricorso alla Caritas, è ingiusto e deprimente. Ci hanno sempre detto che ce li avrebbero dati ed effettivamente non era la prima volta, in tanti anni che ho lavorato con la Karibu, che si verificavano ritardi, ma poi dopo 6 - 8 mesi ci venivano dati tutti i soldi insieme. Quando siamo arrivati a 10 mesi senza stipendio abbiamo capito che le cose sarebbero andate diversamente. Ogni volta una scusa: la pensione dei direttore di banca, fondi bloccati chissà dove, promesse di pagamento a una settimana, dieci giorni, ma poi ancora scuse. Allora ho detto basta e a settembre ho rassegnato le mie dimissioni. Ogni volta che ci troviamo a firmare il verbale di conciliazione l'azienda non porta documenti, penso che anche questo sia un modo per prendere tempo. Spero di vederli prima o poi perchè è un mio diritto. Alcuni ex colleghi hanno fatto vertenza a gennaio, devono ancora prendere i soldi». «Ho lavorato due anni per la Karibu - racconta un altro ex lavoratore - spesso non pagavano gli stipendi parlando di difficoltà economiche e di soldi bloccati». «Ho lavorato sei mesi con loro - racconta un altro lavoratore - senza contratto, ho chiesto di essere messo in regola, mi hanno sempre detto Ok va bene, ma poi non è mai accaduto. Inoltre non ho mai preso i soldi per quei sei mesi di lavoro». Tra gli ex dipendenti anche una donna che ha lavorato in uno dei centro dove c'erano dei minori, «alcuni neonati e spesso non arrivavano i soldi per comprare il latte e i pannolini. Li ho anticipati io, ma non mi sono mai tornati indietro. Per questo ho deciso di andare via. I miei soldi però, sia per il lavoro che per quelli anticipati vorrei riaverli».

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