Tre testimoni contro il ragazzo con lo spray. Ma lui: «Non sono io»

Tuesday 11 December 2018 di Gianluca Murgia

SENIGALLIA Il viaggio nell’abisso inizia da una serranda chiusa, all’angolo di piazza 4 Agosto. Chiusa, e da tempo, come i cancelli del vicino bagno pubblico. Sul muretto, vicino all’ingresso del Municipio, una bottiglia di birra vuota resiste agli spifferi del vento. Lì, l’anno scorso, di notte, un 16enne aveva aggredito e rapinato un coetaneo. Non un fatto qualunque. A incastrarlo le telecamere del locale distributore di snack che, il titolare, ha poi chiuso definitivamente per la disperazione. Un buco nero di violenza e spaccio senza scrupoli, in pieno centro storico, che per mesi, secondo diversi genitori di ragazzini presenti venerdì notte alla Lanterna Azzurra, era stato proprio il «luogo prediletto dello spaccio del minorenne di Senigallia di cui oggi parlano tutti». Quello che, ora, potrebbe essere coinvolto nei fatti di Corinaldo perché avrebbe usato dello spray urticante. 

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«STATEGLI ALLA LARGA»
«Lui e l’amico fermato per quella rapina - aggiungono i genitori - erano persone da cui girare alla larga. La piazzetta era loro. Quando si è sparsa la voce che avessero fermato un 17enne per i fatti di Corinaldo abbiamo subito pensato a lui...». Lui che, oggi, è un fantasma di 17 anni e 10 mesi ma con una scia di precedenti specifici ingombranti.
 


E l’effetto, ora, è bifronte: tutti lo conoscono, nessuno lo conosce. In un rimbalzo di paura e voglia di non essere immischiati, neppure di striscio, in una tragedia gigantesca. Anche risalendo le curve dell’hinterland senigalliese, nel borgo in cui abitano i nonni, dove le case con i cartelli “in vendita” superano quasi quelle in cui ci vive qualcuno, pronunciando il suo nome, che tradisce le chiare origini latinoamericane, la risposta è sempre la stessa: «Non sappiamo chi sia». Roba da stracciare il concetto del calcolo delle probabilità. Così al bar del paese, così al circolo, così per strada, così due coetanei che, con un gesto meccanico, si coprono la testa con il cappuccio e si infilano in un cortile. E così anche nell’altro paese, in cui ora risiede la famiglia a cui ieri, alle 16.30, i carabinieri hanno notificato l’iscrizione nel registro degli indagati dopo il blitz al residence di Senigallia.

IL LEGALE
L’avvocata Martina Zambelli, che lo segue, nega ulteriori addebiti oltre a quelli per detenzione di stupefacenti e aggiunge: «Lui non era alla Lanterna Azzurra, non abbiamo ricevuto avvisi in questo senso. Ho parlato con lui: era solo con gente sbagliata al momento sbagliato, nel posto sbagliato, il residence». Anche la nonna conferma: «Non era in quella discoteca, era con la fidanzata». Ma in realtà ci sono tre ragazzi che lo hanno indicato come il giovane che ha usato lo spray al peperoncino.

Gli stessi nonni, descritti come bravissime persone, del posto, a cui era stato affidato e dai quali poi si era staccato, sull’onda di episodi sempre più borderline, per andare in una comunità protetta del Riminese. Perché nella vita di questo millennial con la faccia da bambino c’è stato un prima e un dopo. 

LA RICOSTRUZIONE
Una vita normale, con i compagni di classe delle medie di Senigallia, una famiglia numerosa e la passione per le moto. E poi, crescendo, un’insofferenza sempre più marcata, con brutte frequentazioni, tra via Manni e Pescheria, da tempo ritrovo di sbandati e tossici della zona. Diversi conoscenti, ieri, apprendendo di un suo presunto coinvolgimento hanno esclamato un eloquente «immaginavo». C’è chi ha aggiunto «ne ha fatta un’altra delle sue», chi invece solo al sentire il nome è trasalito. Quel nome e quel cognome che - con il rischio di una etichetta o marchio indelebile - hanno fatto velocemente il giro di Senigallia allungando la serie di paure e dubbi su un giovane che si faceva conoscere - e non apprezzare - ovunque. 

LE FOTOGRAFIE
C’è chi ricorda nitidamente le foto che con orgoglio postava da Santo Domingo con atteggiamenti «da piccolo boss», con l’immancabile sigaretta e pistole, magari finte, in vista. Tutto sempre sopra le righe. E commenti in cui aggiungeva di poter e voler mostrare altro e di più. Come quel suo rimbalzare da Senigallia a Rimini, dove poi si era iscritto in un istituto superiore, e ritorno. Con le sue generalità ormai conosciute a memoria dalle forze dell’ordine. «Più volte si sono rivelate inutili anche le preghiere della mamma - ha raccontato un conoscente - che invitava con forza i giovani a non frequentare il figlio». E come il resto della famiglia che per proteggerlo aveva anche «pensato di denunciarlo per portarlo in un carcere minorile». E quando un carcere diventa un’ancora di salvezza è facile capire il contesto della storia. 

Ultimo aggiornamento: 12:41 © RIPRODUZIONE RISERVATA