Reddito cittadinanza, il caso a Napoli. «Camerieri spariti, in sala mio cugino 88enne»

Mercoledì 1 Settembre 2021 di Gennaro Di Biase
Reddito cittadinanza, il caso a Napoli. «Camerieri spariti, in sala mio cugino 88enne»

NAPOLI - Tempi difficili per i datori di lavoro della ristorazione. Un'estate «complessa, piena di sfaccettature positive e meno positive», come la definisce Michele Giugliano, titolare del celebre ristorante Mimì alla Ferrovia. Non è semplice trovare camerieri di sala o dipendenti di cucina disposti a lavorare e mettersi in gioco. E non lo è neppure per i locali famosi, molti dei quali sono stati costretti - come nel caso della famiglia Giugliano - a «rimettere in sala i parenti, tra cui mio cugino Michele, di ottantotto anni suonati ma con un entusiasmo da ragazzino». In qualche caso, i forfait arrivano all'improvviso, causando problemi ai titolari nelle organizzazioni delle serate e dei turni di pranzo e di cena. Sono diversi i motivi della magra nel mercato impazzito dei dipendenti della ristorazione: la domanda improvvisamente cresciuta dopo la fine delle restrizioni pandemiche, l'incertezza economica dilagante e quella legata ai flussi turistici, «lo stesso timore del virus da parte dei lavoratori - prosegue Giugliano - e il reddito di cittadinanza».

 

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Come vanno le cose, in questa seconda stagione turistica dopo l'avvento del Covid?
«Dipende dai punti di vista. Per quanto riguarda gli affari non ci possiamo lamentare. Siamo stati onorati di aver ospitato anche John Kerry, inviato del presidente Usa Biden per il G20 a Napoli. Le aspettative sono state superate dai fatti, e abbiamo lavorato più di quanto prevedessimo. Non parlo soltanto del nostro ristorante, ma anche di altre attività legate alla ricezione turistica. Però il punto critico potrebbe arrivare a settembre-ottobre, quando l'assenza di vacanzieri internazionali, statunitensi, orientali e inglesi, probabilmente determinerà una fine prematura della stagione. Tanti chiuderanno, senza stranieri, e tante attività, allora, potrebbero ritrovarsi di nuovo in perdita. Il tutto, ovviamente, al netto delle eventuali nuove restrizioni da Covid, che speriamo non arrivino. Da due anni, insomma, siamo diventati come chi va in letargo durante l'inverno ed esce dalla tana e torna agli affari d'estate. Di sacrifici, però, ne abbiamo fatti e continueremo a farne».

 

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A cosa si riferisce?
«Alle difficoltà nel reperire personale. Sotto questo aspetto, abbiamo dovuto colmare l'assenza di lavoratori disponibili mettendo o rimettendo al lavoro i parenti. Ben tre».

Come mai questa penuria di personale?
«Il personale storico, com'è giusto che sia, è andato in ferie e ha lavorato a rotazione negli ultimi mesi. Eppure, in settantaquattro anni non ci era mai capitata una difficoltà simile a trovare gente disposta a mettersi a lavorare. Tre ragazzi, per esempio, hanno preferito non essere messi sotto contratto, inizialmente per due o tre mesi, perché questo gli avrebbe fatto perdere il reddito di cittadinanza. Questo ci ha mandato in difficoltà. Altri due ragazzi sono spariti dopo due giorni. Un altro ancora ha parlato di un problema al ginocchio che gli impediva di svolgere il lavoro di sala, e ci ha ripensato».

Quindi come ve la siete cavata?
«Mio cugino Michele Giugliano, mio omonimo, di ottantotto anni, si è dovuto rimettere a lavorare in mezzo ai tavoli. Lui è stato la bandiera di Mimì per tanti anni, e nell'emergenza è tornato alle origini e si è rimesso a fare quello che faceva in gioventù».

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E gli altri due parenti di cui ha parlato prima?
«Una è mia moglie, Flora Caruso. In tanti anni non aveva mai lavorato al ristorante, ma a questo giro è venuta a darci una mano in cassa. Non potevamo fare altrimenti. Abbiamo avuto bisogno anche di mia nipote, Daniela Emilio, che ha lavorato in cucina. Dopo un contratto a tempo iniziale, ora è stata assunta a tempo pieno. In un primo momento era arrivata per emergenza a inizio luglio. Siamo andati avanti grazie alla famiglia, insomma. Ma ci tengo a sottolineare che il nostro ristorante, in cui lavorano da anni due punti cardine dell'attività, mia figlia Ida e lo chef, mio nipote Salvatore Giugliano, ha un'identità familiare forte di cui andiamo orgogliosi da sempre».

Secondo lei come mai sono arrivati tutti questi forfait da parte di coloro che potevano essere assunti?
«Credo per due motivi. La richiesta di personale nel terziario (tra alberghi e camerieri) quest'anno è stata fortissima. Gli stagionali sono andati a ruba. Nel pre-Covid le offerte erano magari più selezionate, ma gli stop della pandemia hanno portato tanti a cambiare mestiere. Chi è rimasto nel settore, invece, ha potuto scegliere tra decine di offerte che arrivavano anche last-minute, creando così difficoltà ai datori di lavoro. Poi, come le ho già accennato, il reddito di cittadinanza ha portato scompiglio per l'assunzione delle persone. Pensando che il lavoro gli fosse garantito per due o tre mesi, contro un assegno sociale stabile negli anni, tanti hanno rinunciato all'offerta».

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Il lavoro nero ne trae giovamento, insomma.
«Questo conflitto tra reddito di cittadinanza e contratti di lavoro crea disagi soprattutto a quegli imprenditori che intendono rispettare il fisco e mettere in regola i dipendenti. In molti casi chi usufruisce del reddito di cittadinanza preferisce il lavoro nero».

La botte piena e la moglie ubriaca.
«Il nostro ristorante, in compenso, è più unito di prima. Quando finisce l'ultimo turno di cena, ci sediamo intorno al tavolo e ci raccontiamo la giornata. A mio cugino Michele brillano gli occhi, come se fosse un ragazzino felice del suo mestiere. E il suo sorriso, a voler vedere il bicchiere mezzo pieno, è uno degli aspetti positivi e inattesi di questi anni così strani per il nostro settore».

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Ultimo aggiornamento: 15:12 © RIPRODUZIONE RISERVATA