Mandava selfie al fidanzatino, picchiata dai genitori islamici

Domenica 9 Dicembre 2018 di Marco Carta
Mandava selfie al fidanzatino picchiata dai genitori islamici
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Gli insulti e le vessazioni continue. Fisiche e psicologiche. Per un selfie proibito spedito al fidanzatino, un padre è arrivato a brandire un coltello contro la figlia minorenne. Poi, insieme alla moglie, ha avvolto un foulard al collo della ragazza per strapparle il telefono dalle mani: «Non abbiamo bisogno di una figlia come te. O ti togli la vita da sola, o lo facciamo noi».

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Prima di essere allontanata dal nucleo familiare, si era sentita dire anche questo Shaila dai suoi genitori, una coppia originaria del Bangladesh, che ora è accusata di maltrattamento in famiglia e lesioni, nel processo che si è aperto lo scorso giovedì a piazzale Clodio, alla presenza del pm d'aula Andrea Beccia. I due, islamici ferventi, non sopportavano lo stile di vita eccessivamente «occidentalizzato» della figlia 17enne, i cui risultati scolastici non erano all'altezza delle aspettative.

LA PAURA
Per questo avrebbero cercato di «raddrizzarla», causando alla giovane «un perdurante e grave stato di ansia e di paura ed ingenerando un fondato timore per la propria incolumità personale, rendendole le condizioni di vita impossibili», come si legge nel capo d'imputazione. Il padre 45enne e la madre 39enne, pur vivendo in Italia da diversi anni, volevano che la figlia crescesse secondo i costumi e gli usi del loro Paese d'origine. Shaila, insomma, non poteva nemmeno innamorarsi di un ragazzo che le piaceva: «Per loro non posso avere una relazione. Me lo devono scegliere loro con chi devo stare, con chi devo passare il resto della mia vita».

E così quando viene sorpresa al telefono alle 3 del mattino con il fidanzato segreto, con cui può parlare solo la notte per non essere scoperta, la situazione degenera. E' il marzo 2017 e Shaila non è ancora maggiorenne. Ha 17 anni, mentre il ragazzo poco più di 20. Vivono in città diverse e per colmare la distanza si mandano delle foto, come tutti i giovani. Foto scattate nell'intimità della cameretta. O in palestra. Immagini non scandalose, ma inaccettabili per i coniugi musulmani, che quando sorprendono la ragazza vanno su tutte le furie. Cercano di strapparle il telefono per controllarlo. Ma Shaila non glielo permette. Il padre, allora, la affronta con un coltello da cucina, da cui lei coraggiosamente si protegge con un cuscino. Shaila non è disposta a cedere ai soprusi. Ma i due genitori non demordono. Le tappano la bocca e la immobilizzano «cingendole un foulard al collo». Poi calci e pugni. Poco prima la madre aveva cercato di morderla sulla spalla, graffiandole la schiena. «Non importa se dovremo andare in carcere», dice il papà furioso, chiedendole la password del telefono.

L'INCUBO FINITO
Terrorizzata Shaila cede. I genitori riescono a leggere i messaggi, controllano le foto. Ma Shaila, nel frattempo, fugge da casa in preda alla disperazione. I primi a raccogliere la sua testimonianza sono i carabinieri di Montespaccato, che la intercettano in strada all'alba. A loro e ai medici del San Filippo Neri, che le diagnosticano 20 giorni di prognosi in seguito alle ferite riportate, la ragazza racconta la sua storia. Gli investigatori trovano i riscontri: in casa c'è ancora il cuscino lacerato, il coltello da cucina e il foulard marrone con cui stava per essere soffocata. Dopo anni di prevaricazioni, Shaila viene allontanata dal nucleo familiare. Per lei è la fine di un incubo. Ultimo aggiornamento: 15:54 © RIPRODUZIONE RISERVATA