Mamme al lavoro, il record negativo dell’Italia nella Ue: cresce il pressing per sgravi fiscali ad hoc

Martedì 31 Agosto 2021 di Luca Cifoni
Mamme al lavoro, il record negativo dell’Italia nella Ue: cresce il pressing per sgravi fiscali ad hoc

I figli penalizzano le mamme sul lavoro, mentre tra i papà spingono verso l’alto il tasso di occupazione. Se questa è una tendenza abbastanza generale in tutta Europa, i numeri di Eurostat evidenziano ancora una volta la particolarità negativa del nostro Paese, dove la partecipazione delle donne al mercato del lavoro, insieme a quella dei giovani, resta un’emergenza assoluta nonostante qualche miglioramento negli anni precedenti la crisi del Covid.

 

 

La fotografia scattata dall’ufficio statistico dell’Unione europea permette di valutare il livello dell’occupazione nel continente da una prospettiva particolare: quella della presenza o meno di figli in famiglia. Viene presa in esame la popolazione di età compresa tra i 25 e i 54 anni, escludendo quindi i giovanissimi e i lavoratori più maturi. Tra gli uomini che rientrano in questo intervallo, e senza figli, il tasso di occupazione nel 2020 è pari all’80,9 per cento. Per le donne si arriva invece al 76,8. Dunque un’incidenza assoluta non troppo distante tra i due sessi. Se però guardiamo a maschi e femmine della stessa fascia di età ma in famiglie con figli, allora l’occupazione sale per i padri al 90 per cento, mentre scende per le madri al 72,2. Dunque l’effetto è opposto: la presenza di bambini e la necessità di provvedere al loro sostentamento porta gli uomini in media ad essere maggiormente impegnati in attività lavorative, mentre per le donne l’occupazione si riduce.


IL QUADRO
Se questo è il quadro generale, la situazione appare piuttosto differenziata nei vari Paesi. La più alta quota di mamme occupate si registra in Slovenia, Svezia, Portogallo e Lituania, con tassi che vanno dall’86 all’82 per cento. All’estremo opposto ci sono l’Italia con il suo 57,3 per cento, la Grecia con il 61,3 e poi la Spagna con il 66,2.

 

Ma i dati sono forse ancora più eloquenti se si guarda alla differenza dei tassi di occupazione tra lavoratori e lavoratrici che hanno figli: nei Paesi in cui è più contenuta non supera il 10 per cento, mentre in Grecia arriva al 27,2 e in Italia addirittura al 28,9 per cento. In altre parole mentre il numero dei padri italiani che lavorano è vicino alla media europea, quello delle mamme è drammaticamente più in basso. È vero che da noi il divario occupazionale uomini-donne è molto ampio pure nel caso delle persone senza figli, peraltro in un contesto in cui la natalità è ai livelli minimi in Europa; e dunque non si può dire che la maternità da sola sia il fattore principale che limita l’accesso delle donne al mercato del lavoro. Evidentemente però i ritardi sociali e culturali che producono questo fenomeno risultano amplificati nella fase della vita in cui le coppie italiane decidono di avere figli.


IL NUOVO ASSEGNO
Il tema è presente nel Piano nazionale di ripresa e resilienza, che destina investimenti significativi all’ampliamento della rete degli asili nido e delle scuole materne. E dal 2022 dovrebbe andare a regime il nuovo assegno universale destinato a sostenere le famiglie. Ma cresce anche la spinta per misure più specifiche. Il testo originario del Family Act (poi anticipato proprio per la parte dell’assegno universale) ipotizzava un’indennità integrativa della retribuzione per le madri che rientrano al lavoro. Le commissioni Finanze di Camera e Senato nella loro relazione finale sul progetto di riforma del fisco hanno proposto una tassazione agevolata temporanea in caso di ingresso al lavoro del secondo percettore di reddito in famiglia, che è la donna nella grande maggioranza dei casi.

 

Ascoltato dalle stesse commissioni, il ministro dell’Economia Daniele Franco si è detto d’accordo sulla finalità della norma, pur dubitando dell’opportunità di introdurre un nuovo meccanismo specifico proprio mentre si avvia un’operazione di semplificazione delle norme tributarie: a suo giudizio l’obiettivo potrebbe essere comunque raggiunto riducendo il prelievo sulle fasce di reddito medie e medio-basse, in cui rientrano la maggior parte delle lavoratrici. Anche il presidente dell’Inps Pasquale Tridico parla da tempo dell’opportunità di uno sgravio contributivo triennale per favorire il rientro in azienda delle dipendenti che sono andate in maternità. Maternità che come dimostrano i dati dell’istituto si fa sentire del resto anche sulle madri che continuano a lavorare, sotto forma di stipendi (e future pensioni) più bassi: sia per la scelta spesso obbligata del part time sia per gli svantaggi in termini di carriera e di copertura contributiva.
 

Ultimo aggiornamento: 10:52 © RIPRODUZIONE RISERVATA