Sos Aviaria, cosa sta succedendo: dai focolai negli allevamenti agli allarmi per la salute pubblica, le misure in campo

L'esperto: difficile il contagio dell'uomo, nessun caso in Italia. Lav ed Enpa: sfruttamento intensivo e ambiente distrutto, queste sono le conseguenze

Giovedì 11 Novembre 2021
Aviaria: dai focolai negli allevamenti agli allarmi per la salute pubblica. Cosa succede e cosa si fa

Da Ostia a Ferrara, da Verona a Padova. L'influenza aviaria torna a occupare la scena dopo aver invaso alcuni allevamenti. E con le notizie di cronaca cresce l'allarme: cosa sta succedendo? Il Ministero della Salute, con una nota di ieri, 10 novembre, comunica che sono stati riscontrati ulteriori positività per virus influenzale sottotipo H5N1 ad alta patogenicità (HPAI) in 20 allevamenti avicoli in Italia, con particolare riferimento al Veronese. L'ultima ondata di allarme è partita però dalle porte di Roma, da Ostia Antica, dove il focolaio è emerso da controlli effettuati per una mortalità anomala in un allevamento avicolo non commerciale. Dai campioni di volatili è stato così rilevato un caso di virus. Il problema sanitario si porta appresso il dibattito sulle modalità di gestione degli allevamenti e sui riflessi diretti, al di là dei casi specifici di aviaria, sulla salute degli esseri umani.

 

Cos'è la patologia: origine e diffusione

Intanto, però, una domanda: cos'è l'influenza aviaria? Il nome deriva da "avis", uccello in latino. Si tratta di una patologia altamente contagiosa, particolarmente diffusiva, legata all'azione di un virus influenzale di ceppo A (orthomyxovirus), che colpisce diverse specie di uccelli selvatici e domestici, con sintomi che possono essere inapparenti o lievi (virus a bassa patogenicità), oppure gravi e sistemici con interessamento degli apparati respiratorio, digerente e nervoso e alta mortalità (virus ad alta patogenicità). Secondo le evidenze di laboratorio e cliniche, documentate e riconosciute dalla comunità scientifica nel 1997, il Il virus si può trasmettere agli esseri umani. È stato individuato per la prima volta in Piemonte nel 1878.

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Il rapporto tra specie animali ed esseri umani

Questo in teoria. Da qui gli allarmi. L'evidenza empirica dice però anche altro e in qualche modo attenua le preoccupazioni. «Non abbiamo mai avuto finora casi umani di influenza aviaria in Italia, per fortuna», ha spiegato Guido Grilli, docente di Patologia aviare alla facoltà di Veterinaria dell'Università degli studi di Milano. Intanto, «non è semplice per questo virus colpire l'uomo», ha spiegato in un colloquio con Adnkronos Salute. Ci sono stati piccoli focolai in particolare nel Sudest asiatico, «ma non da noi. Siamo meno esposti anche per il tipo diverso di vita che facciamo: non dormiamo con gli animali e abbiamo allevamenti specializzati: chi ha tacchini ha solo quelli, chi ha polli da carne ha solo quelli». Il problema del passaggio di specie, e di un eventuale salto all'uomo, precisa l'esperto, è legato al fatto che si può modificare il virus solo se c'è un passaggio in un altro animale. «Noi abbiamo pochissimi recettori per il virus dell'influenza aviaria e ce li abbiamo solo a livello polmonare. Perciò il virus deve essere respirato in grandi quantità e riuscire ad arrivare direttamente negli alveoli, perché se si ferma prima non attecchisce». In definitiva, osserva Grilli, oggi come oggi «è molto più pericolosa la West Nile e fa più morti». Per inciso, la West Nile è una malattia provocata da un virus della famiglia dei Flaviviridae isolato per la prima volta nel 1937 in Uganda. Ne sono vettori uccelli selvatici e zanzare.

 

L'invito alla prudenza

Torniamo agli allarmi in Italia per l'aviaria. L'ultimo Sos parte da alcuni focolai nel Veronese: la zona di sorveglianza è stata estesa anche ad alcuni allevamenti della Bassa Padovana. Coldiretti Padova invita le aziende a prestare la massima attenzione e a segnalare subito gli eventuali sintomi sospetti.  La presenza di un focolaio a Minerbe coinvolge anche una piccola porzione del territorio padovano, fra i comuni di Montagnana e Urbana, dove è istituita la zona di sorveglianza nella quale ricadono quattro allevamenti aziendali e altri quatto a conduzione familiare. La situazione è sotto controllo e Coldiretti Padova, ricordando che «gli standard di sicurezza dei nostri allevamenti sono molto elevati», raccomanda l'importanza della corretta applicazione delle misure di biosicurezza in maniera costante e meticolosa. «Dobbiamo mettere in atto tutte le contromisure necessarie per tenere il virus lontano dalle nostre aziende», ricorda il presidente di Coldiretti Padova Massimo Bressan. «Invitiamo tutti gli allevatori a rispettare i protocolli individuali per evitare il rischio di contagio indiretto». Sul territorio sono presenti 303 allevamenti avicoli, con oltre 5,3 milioni di capi.

Il disciplinare di sicurezza

Nella zona di sorveglianza - questo il disciplinare di sicurezza applicato dopo l'accertamento di un focolaio - sono vietate la movimentazione di pollame e anche il trasporto verso macelli o l'introduzione di nuovi capi, i mezzi in entrata e in un uscita devono essere disinfettati e in azienda devono essere usati calzari e abbigliamento dedicato. Va inoltre evitato il contatto fra pollame e uccelli selvatici e limitate le visite esterne, così come è vietato anche lo spandimento di pollina. In genere, le misure di prevenzione restano in vigore per 21 giorni dopo la disinfestazione del focolaio.

La doppia fascia di contenimento

Ma quando parte, l'emergenza si trascina appresso comprensibili preoccupazioni. Dopo l'accertamento del virus in alcuni campioni di volatini a Ostia Antica, con cinquanta galline morte in due giorni, la Regione Lazio ha disposto, con un'ordinanza firmata dal presidente Nicola Zingaretti, una «zona di protezione con raggio di 3 chilometri dall'allevamento sede di focolaio e una zona di sorveglianza con un raggio di 10 chilometri». Interessati dall'ordinanza circa 35 piccoli allevamenti. «È un ceppo grave - ha spiegato Zingaretti - è un fatto di una certa rilevanza e per questo siamo intervenuti in maniera molto tempestiva e rapida con interventi molto rigorosi». Per Zingaretti, è «la prova che i controlli servono e funzionano». Insieme con la zona di protezione con raggio di 3 chilometri dall'allevamento coinvolto, è stata istituita anche una zona di sorveglianza con un raggio di 10 chilometri. Tutti gli allevamenti dovranno essere verificati, ma sono state distinte le misure da applicare nelle due zone.

Il sequestro di 50mila tacchini

Nel Ferrarese l'altro caso recente. A meno di un mese dall'emergenza sanitaria di Codigoro (dove a fine ottobre sono stati abbattuti quasi 38mila tacchini), un altro focolaio nel Basso Ferrarese ha portato al sequestro precauzionale di quasi 50mila tacchini. Al centro del provvedimento, un allevamento avicolo a Lagosanto. Il focolaio è stato riscontrato lo scorso 5 novembre e il virus rilevato è di tipo A H5N1, con un livello che viene definito «di bassa patogenicità».

La Lav: ignorata l'esperienza del Covid

Questi i casi e le emergenze. Individuati i focolai, disposte le misure di contenimento, avviate le precauzioni a tutela degli allevamenti e della popolazione, resta poi da capire come agire a livello più ampio per rafforzare la sicurezza per la salute pubblica. E, più in generale, come disciplinare l'attività negli allevamenti per evitare degenerazioni. L'esperienza del Covid dimostra tutta la fragilità dei sistemi in cui la convivenza uomo-animale può innescare tragedie planetarie. Vediamo. «Le autorità sanitarie alle prese con focolai di questo tipo, parlano di misure di sicurezza potenziate nello smaltimento delle carcasse, nel comportamento degli operatori all'interno degli allevamenti, nella disinfezione dei mezzi: quello di cui non si vuole parlare è la necessità di un cambiamento totale dell'approccio che abbiamo nei confronti dello sfruttamento degli animali coinvolti nelle filiere alimentari di tutto il mondo»: è la posizione espressa da Lorenza Bianchi, responsabile Lav area Animali negli Allevamenti. «Densità altissime, debolezza immunitaria causata da una selezione genetica orientata unicamente al profitto e condizioni di non-vita all'interno di capannoni creano le condizioni perfette per il contagio tra animali e l'insorgenza di zoonosi», spiega la Lav in una nota. «Quello che avremmo dovuto imparare dalla pandemia di Sars-Cov-2 ancora in corso è che non possiamo continuare a basare sullo sfruttamento degli animali e sulla distruzione dell'ambiente la nostra presenza su questo Pianeta - prosegue Bianchi - e invece ci ritroviamo ancora qui, in attesa della quarta ondata, a combattere con un altro virus molto pericoloso senza però mettere in discussione le cause che ne determinano la diffusione. Non c'è più tempo, dobbiamo cambiare radicalmente il nostro sistema alimentare verso produzione e consumo di cibi vegetali, restituendo agli animali ciò che gli spetta, per salvare anche noi stessi».

L'Enpa: il problema di cosa portiamo a tavola

E di gestione irresponsabile delle risorse ambientali e dell'ecosistema parla anche Carla Rocchi, presidente dell'Ente nazionale per la protezione degli animali (Enpa): «Animali da anni allevati in capannoni invece che all'aperto, imbottiti di antibiotici, tenuti in condizioni pessime, e poi ci stupiamo dell'esplosione di virus di influenza aviaria? Le persone dovrebbero sapere cosa mangiano, non si chiedono più da dove proviene la carne di animale che mettono nel piatto dove finiscono, appunto, uccelli malati. Poi magari partono gli indennizzi per l'abbattimento di polli, un circuito che a me sembra piuttosto una forma di pazzia collettiva: si creano le condizioni dell'epidemia nell'allevamento, si abbattono gli animali e i titolari delle aziende agricole si prendono i risarcimenti. Intanto la gente mangia 'schifezze'».

 

Ultimo aggiornamento: 15:30 © RIPRODUZIONE RISERVATA