G20, Cina e Arabia frenano il patto sul clima (ma si tratta). Svolta sull'acciaio, storica intesa Usa-Ue

Ambiente, Cina e Arabia frenano il patto: solo impegni generici e nessun vincolo

Sabato 30 Ottobre 2021 di Francesco Malfetano
G20, Cina e Arabia frenano il patto sul clima (ma si tratta). Svolta sull'acciaio, storica intesa Usa-Uesolo impegni generici e nessun vincolo

C’è l’intesa fra Stati Uniti ed Europa sull’acciaio e l’alluminio, una delle principali dispute commerciali aperte tra le due sponde dell’Atlantico. L’accordo è stato annunciato ieri a margine del G20 di Roma. Proseguono invece i negoziati sul clima. «La partita non è chiusa», spiegano le fonti diplomatiche presenti alla Nuvola, il quartier generale del vertice. «Le trattative sul clima andranno avanti senza sosta». La speranza è che fino a questa sera sia ancora tutto possibile ma ora, almeno per quanto riguarda il cambiamento climatico, il summit della Capitale rischia di essere un sostanziale flop.


Il tavolo sul clima, come conferma una prima bozza del comunicato congiunto, non ha raggiunto le intese sperate. Anzi. Le ipotesi circolate alla vigilia sarebbero state riviste al ribasso, inserendo riferimenti temporali generici e poche misure concrete. Rispetto al documento visionato dai media infatti i dubbi sono tanti. Se da un lato resta l’impegno a limitare l’aumento della temperatura media globale non oltre 1,5 C° (già definito dal 2015) e quello a fermare il finanziamento della produzione di energia elettrica a carbone all’estero entro la fine di quest’anno, così come a «fare del nostro meglio», scrivono, per interrompere la costruzione di nuove centrali a carbone entro il 2029, non sono invece presenti indicazioni precise su come tutto ciò dovrebbe accadere.

E soprattutto svanisce l’intenzione di arrivare all’obiettivo zero emissioni entro il 2050. Al suo posto un riferimento alla «metà del secolo» utile a non rompere con due Paesi che sono attori protagonisti sulla scena dei gas serra.

 


LO STOP
A frenare sull’inserimento di un orizzonte temporale più definito sono stati infatti Cina e Arabia Saudita (con il benestare dell’India). Vale a dire due Paesi che da soli rappresentano circa il 40% delle emissioni di CO2 globali, che hanno tutto l’interesse a spostare più in là il calendario. Tant’è che hanno chiesto di fissare la data x al 2060. Nel suo intervento il presidente Xi Jinping, ha riproposto lo schema difensivo che Pechino mette in campo da sempre. Cioè siano i «Paesi più sviluppati», quelli che da più tempo hanno iniziato a danneggiare il Pianeta, a dare l’esempio. Devono «comprendere le difficoltà di quelli in via di sviluppo». Non proprio lo schema ideale per presentarsi alla Cop26, la conferenza sul clima organizzata dall’Onu a Glasgow e al via proprio oggi, di cui il G20 era una sorta di antipasto. Tant’è che il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, già ieri si è rivolto ai leader riuniti al G20 di Roma in questo modo: «Siamo chiari: c’è un serio rischio che Glasgow non sia un successo. Diversi recenti annunci hanno aperto rosee prospettive ma purtroppo è un’illusione». Le promesse di tagli delle loro emissioni lanciate da molti Paesi non bastano. Non basta neanche l’impegno dell’Ue che, con la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, ha ribadito di essere «sulla strada per diventare il primo continente a neutralità climatica entro il 2050. I dati mostrano che abbiamo già ridotto le emissioni di oltre il 31% rispetto al 1990 eppure la nostra economia è cresciuta del 60%».
Ognuno dei leader, a Roma come a Glasgow, nonostante le forti proteste della popolazione scesa in piazza in tutto il mondo, ha le proprie priorità e un’economia da difendere. Lo scacchiere di chi rilancia è complesso. Pechino non è intenzionata a schiodarsi dalle posizioni in essere e dai «significativi» risultati già raggiunti, la Russia non scambia mai alcun accordo internazionale per nulla (e attende novità dalla Ue sul gasdotto Nord Stream 2), il Brasile non sembra intenzionato a stoppare la deforestazione, l’India continua a produrre il 60% della propria energia con il carbone e l’Arabia Saudita disposta a spalleggiarli tutti più per opportunità economica che per reale impatto ambientale. Non c’è quindi da stupirsi la situazione è ben lontana dall’essere risolta nonostante l’impegno italiano, europeo e degli Stati Uniti.
Tornando allo scontro sull’acciaio e l’alluminio, l’intesa consentirà di rimuovere i dazi su più di 10 miliardi di dollari delle rispettive esportazioni ogni anno. L’accordo è stato annunciato dal segretario al Commercio americano Gina Raimondo a margine del vertice. Secondo l’accordo di principio, l’Ue sarà autorizzata a importare «limitati volumi» di metalli senza dazi degli Stati Uniti. Inoltre, entrambe le parti sospenderanno le cause pendenti davanti agli organi dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto). La disputa commerciale risale al 2018, quando l’allora presidente degli Stati Uniti Donald Trump impose tariffe speciali sulle importazioni di acciaio e alluminio. L’Ue aveva risposto con imposte di ritorsione, che ora verranno cancellate, su prodotti statunitensi come jeans, whisky bourbon, motociclette e burro di arachidi.

 

Ultimo aggiornamento: 1 Novembre, 09:23 © RIPRODUZIONE RISERVATA