Coronavirus, Mattarella: solidarietà per ripartire, Conte: il debito comune non basta

Giovedì 23 Aprile 2020 di Alberto gentili
Mattarella: solidarietà per ripartire, Conte: il debito comune non basta

Oggi, al Consiglio europeo, Giuseppe Conte è deciso a dare battaglia. Fonti europee di vario rango garantiscono che c’è intesa sul varo del recovery fund che darà vita ai Covid-bond o recovery-bond per la ricostruzione. Ma il premier vuole tornare a casa con un’intesa chiara sia sul “size”, la grandezza dell’intervento: non meno di 1.000-1.500 miliardi.

Sia sul “timing”: il momento dal quale scatterà l’erogazione dei fondi: «Se l’intervento partisse troppo tardi sarebbe un danno», dicono fonti di palazzo Chigi. E Sergio Mattarella, dopo aver ricevuto Conte al Quirinale, auspica che nel vertice di oggi «si concretizzi quella solidarietà europea necessaria per una ripartenza economica e sociale».

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Alla vigilia del vertice che si annuncia positivo - soprattutto dopo la teleconferenza di lunedì rimasta fino a ieri segreta tra il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, Conte, Angela Merkel, Emmanuel Macron, Pedro Sanchez e il falco olandese Mark Rutte - il governo italiano resta prudente. Come spiega il ministro dell’Europa, Enzo Amendola, «nella lettera di convocazione di Michel c’è scritto che ancora non c’è un accordo sul recovery fund. Dunque nelle prossime ore va strappata l’intesa sul fondo per la ricostruzione». E vanno implementati gli accordi raggiunti nell’ultimo Eurogruppo sul “Sure” da 100 miliardi per la cassa integrazione, sul piano della Bei da 240 miliardi e sulla linea di credito per le spese sanitarie «dirette e indirette» del Fondo salva Stati (Mes) senza «alcuna condizionalità».

La mission di Conte, in asse con Macron, Sanchez, Michel, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e nelle ultime ore con la Merkel, è essenzialmente quella di strappare il “sì” definitivo dei Ventisette, inclusi perciò i Paesi Nordici. «Ed è sempre possibile un agguato».

«Dobbiamo uscire dal vertice», spiega il ministro Amendola, «con intesa chiara, senza se e senza ma. E’ ovvio che nel documento finale non verranno inseriti tutti i punti tecnici, ma l’accordo sul recovery-fund andrà messo nero su bianco, compreso il timing e il size». Per dirla con palazzo Chigi: «Vogliamo l’endorsement politico dei Ventisette. Dovrà essere chiaro che i recovery-bond, con la relativa emissione di titoli di debito comune, entrano come quarta misura del “pacchetto” che costituisce la risposta europea alla crisi innescata dalla pandemia». 

Il passo successivo - visto che sarà la Commissione della von der Leyen il 29 aprile a definire la «proposta strutturata» dell’operazione-bond (spetterà a Bruxelles emettere i titoli di debito comune grazie a un plus nel bilancio 2021-2027), poi implementata dall’Eurogruppo e infine ratificata nel Consiglio europeo di fine giugno - sarà appunto andare alla guerra sulla “taglia” del fondo: i Paesi del Nord si oppongono a una cifra che superi i mille miliardi, ne vorrebbero molti di meno.

IL NODO DEI TEMPI<QA0>
E sul timing, sulla sua operatività immediata: «Per accelerare i tempi, visto che la ricostruzione non può aspettare un anno, bisogna fare in un mese il bilancio europeo 2021-2017 che conterrà il fondo per i recovery-bond», spiega Amendola, «e al vertice l’Italia vuole strappare l’ormai famoso “bridge”, quella norma ponte che consentirebbe di far partire i bond da giugno. Gennaio sarebbe troppo tardi».

Nel vertice Conte vuole poi ottenere «massima chiarezza» sull’utilizzo dei 36-37 miliardi del Mes dal primo giugno. All’ultimo Eurogruppo sono state spazzate via le condizionalità per le spese sanitarie dirette e indirette. Ma, come spiegano a palazzo Chigi, «vanno chiariti i dettagli tecnici e giuridici per poter accedere alla linea di credito. Non vorremmo che poi saltassero fuori delle condizioni macro-economiche, tipo l’obbligo di tornare sotto al 3% deficit-Pil in poco tempo. Per questa ragione vogliamo trovare il modo, nella fase negoziale, per chiarire ancora meglio che non esiste alcun tipo di condizionalità, presente o futura per accedere alla linea di credito del Mes». Detto, come ha spiegato Conte, che «l’ultima parola spetterà al Parlamento».

Dove ormai, dopo la conversione di gran parte dei 5Stelle, la maggioranza c’è. E nel caso mancassero voti, è pronto il soccorso di Forza Italia annunciato da Silvio Berlusconi: «Votare il Mes non sarebbe un appoggio esterno a Conte. È un voto per una misura favorevole all’Italia». Per evitare agguati, il premier appare orientato a chiedere un voto unico su tutto il “pacchetto”. «Il modo migliore per sminare il Mes, visto che votare no significherebbe bocciare anche gli Covid-bond», dicono a palazzo Chigi.
 

Ultimo aggiornamento: 08:04 © RIPRODUZIONE RISERVATA