Luigi Calabresi, oggi sono 50 anni dall'omicidio. Mattarella: «Servitore dello Stato fino al sacrificio»

Il presidente della Repubblica ha ricordato quegli anni di «furore ideologico che giunse all'estremo della ferocia e del disprezzo»

Martedì 17 Maggio 2022 di Redazione Web
Luigi Calabresi, oggi sono 50 anni dall'omicidio. Mattarella: «Servitore dello Stato fino al sacrificio»
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Era il 1972. Oggi sono passati 50 anni dall'omicidio di Luigi Calabresi avvenuto in via Cherubini a Milano. In questo momento si sta celebrando una messa di suffragio alla presenza di autorità militari e civili e della famiglia di Calabresi, la vedova, Gemma Capra, e i figli Luigi, Paolo e Mario. La cerimonia si svolge nella chiesa di San Marco, dove nel 1972 si tennero i funerali. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha affermato: «Sono trascorsi cinquant'anni dal criminale agguato terroristico che stroncò la vita del Commissario Luigi Calabresi, servitore dello Stato democratico fino al sacrificio. La Repubblica non dimentica i suoi caduti. La memoria è parte delle nostre radici ed è ragione e forza per le sfide dell'oggi. In figure come il Commissario Calabresi sono testimoniati valori che consentono all'intera comunità di progredire, di trovare l'unità necessaria nei momenti più difficili, di sentirsi responsabile verso le nuove generazioni». 

«In questo giorno- prosegue Mattarella - si rinnova la solidarietà e la vicinanza del popolo italiano alla moglie e ai figli, costretti a pagare il prezzo più alto alla barbarie di un tempo drammatico, in cui il furore ideologico giunse all'estremo della ferocia e del disprezzo di ciò che è più umano. Il coraggio, la compostezza della moglie Gemma Calabresi Milite, dei tanti familiari delle vittime dei terrorismi, sono diventati negli anni pietre miliari di una ricomposizione della comunità attorno ai principi del rispetto, di una ricostruzione paziente del tessuto civile lacerato dalle morti di tanti uomini e donne dello Stato, di dirigenti, lavoratori e dall'odio che le bande del terrore seminavano con le loro azioni e le loro parole. La difesa di quelle libere istituzioni che i nostri padri ci avevano consegnato è avvenuta senza rinunciare in alcun modo ai diritti fissati nella Costituzione, nostra carta di identità nazionale. Un insegnamento che non va dimenticato, prezioso per i giovani, per aiutarli a costruire il futuro di cui saranno artefici e protagonisti».

 

 

«Esempi come quelli di Luigi Calabresi ci danno fiducia - ha detto l'arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, che presiede la cerimonia - sul fatto che l'umanità è ancora capace di vincere la violenza se trova uomini capaci di sacrificio». 

A Milano c'è stata stamattina anche la deposizione di una corona del Comune al cippo commemorativo che ricorda l'omicidio, in via Cherubini. 

 

Il ricordo della vedova Gemma Capra

«La fede è stata basilare. Così ho potuto restituire agli assassini la loro dignità di persone, è stata fondamentale per provocare la svolta dentro di me». Gemma Capra, vedova del commissario Luigi Calabresi, parla in un'intervista alla Stampa della capacità di recuperare un senso di pace per sé e per i figli di fronte alla tragedia dell'omicidio, 50 anni fa, del marito. Un uomo che Gemma sogna ancora, «siamo io e lui in un ristorante, a un certo punto si sente come un'esplosione, io salto in piedi e grido: "Usciamo, usciamo". Sono spaventata, ma lui mi dice: 'Calmati, stai tranquilla, non è successo nientè. Era il suo modo di tenermi serena. Ma nell'immagine successiva del sogno io sono fuori dal ristorante, da sola, arriva un'altra esplosione e io capisco che lui è morto perché non è uscito».

Ci sono anche altri sogni nelle notti di Gemma, nei quali lei e il marito sono ancora giovani: «All'inizio questi sogni erano disperati, mi svegliavo con il fiatone, con la tristezza, con il magone. Piano, piano è un pò come se ci avessi fatto pace e ora mi piace fare questi sogni perché così lo vedo. Ed è come se lo ritrovassi». Così come la moglie ritrova, ogni 17 maggio, il momento dell'assassinio del marito: «Al mattino di questo giorno guardo l'ora, chiudo gli occhi e dico: "Ecco, adesso"». È venuto da me, aveva la sua giacca nera, i pantaloni grigi, ma prima di uscire si era cambiato la cravatta. Ne aveva una rosa di seta, ne ha messa una di lana bianca. E mi ha chiesto: "Come sto, così?" Io gli ho risposto: 'Bene, ma stavi bene anche primà. E lui mi ha detto: "Sì, ma questo è il simbolo della mia purezza". E queste sono le ultime parole che mi ha detto. In quel momento sono rimasta spiazzata, ma non ho fatto a tempo a chiedergli perché mi diceva quello o che senso aveva. Lui era eternamente in ritardo ed era già uscito. Dopo ho capito: era il suo testamento. Come se avesse voluto dirmi: continueranno a calunniarmi, ma sappi che io sono puro e sono innocente».

Gemma Calabresi parla dell'incontro con la vedova dell'anarchico Pino Pinelli, il 9 maggio del 2009, precipitato dalla finestra dell'ufficio del marito pochi giorni dopo la strage di Piazza Fontana: «Io pensavo che anche in quella casa il papà non era rientrato: chi più di noi due poteva capire l'altra? Eravamo unite dallo stesso dolore. Ci siamo guardate negli occhi, ci siamo date la mano, ci siamo abbracciate. Io le ho detto: "Finalmente". E lei mi ha risposto: "Peccato non averlo fatto prima". Poi racconta anche della pace che ha trovato soltanto dopo molto tempo: «Immaginavo che un giorno qualcuno a un certo punto si sarebbe vantato: "Ho ucciso io Calabresi. Avrei estratto la pistola che avevo nascosto nella borsa e gli avrei sparato. Nel dolore e nella vendetta non si può stare bene. In realtà si sta malissimo. Oggi me ne vergogno molto. Ma dopo un dolore lacerante si può risalire e si può tornare ad amare la vita, si può cambiare il giudizio sulle persone che vedevi solo come male e si può essere ancora felici. Penso che si possa perdonare anche da un punto di vista umano. Ma io ho talmente fede che penso che anche quando uno mi dice che ha dato un perdono laico, dietro c'è il buon Dio che ci guida ed è sempre vicino a noi. Per me la fede è stata fondamentale. Dare il perdono ti dà la pace, ti rende libero».

La FERVICREDO

“Dopo cinquanta anni dal brutale assassinio del Commissario Calabresi è più viva che mai la memoria di un uomo straordinario e con essa di tutti i valori ed i principi che egli ha incarnato ed insieme a lui, la sua altrettanto straordinaria Famiglia, esempio di forza, umiltà, dignità, coraggio, senso civico inarrivabile. Fervicredo si unisce oggi, e ogni altro giorno dell’anno, al coro di elogi di un uomo e dei suoi Familiari, tutti divenuti simbolo e monito dell’indispensabile lavoro alla continua e costante ricerca della pace e della legalità, perché, per dirla con le parole del nostro Presidente della Repubblica, la memoria è parte delle nostre radici ed è ragione e forza per le sfide dell’oggi”.

E’ quanto afferma Mirko Schio, Presidente della Fervicredo (Feriti e Vittime della criminalità e del Dovere) in occasione del cinquantesimo anniversario dell’omicidio Calabresi.

“La barbarie dell’omicidio Calabresi – aggiunge Schio – e l’abisso di dolore che tutti i suoi Cari hanno dovuto attraversare, sono allo stesso tempo motivo di sdegno per l’orrore della violenza, e fonte di immensa stima per una Famiglia che nel tempo ha saputo rivivere con compostezza e tenacia, costruendo il futuro sempre salda nei propri convincimenti di pace e buona volontà, dimostrando che una buona pianta sa dare buoni frutti in qualsiasi circostanza. Qualcosa a cui, purtroppo, fa da contraltare la bruttezza, il vuoto spinto e l’idiozia di alcuni soggetti che non avendo alcuna seria cognizione della nostra storia e del significato che certi eventi portano con sé, si permette di oltraggiare la memoria di Vittime che sono invece una bandiera per il nostro Paese. E’ il caso dell’ignobile band che nei propri testi inneggia alle brigate rosse e nei confronti dei quali la Fervicredo valuta azioni legali”.

“La gravità di aberranti manifestazioni di idiozia come quelle della band in questione - insiste Schio -, non sta solo nel fatto che si tratta di comportamenti che sconfinano palesemente nell’illegalità, ma soprattutto in ciò che essi simboleggiano: il germe di quella mancanza di rispetto per la vita e per il ricordo, che in ogni epoca avvelenano la nostra società. La difesa della memoria è uno dei principali obiettivi della Fervicredo oltre che un dovere - conclude -. Un dovere che è in realtà di tutta la comunità, delle Istituzioni, di ogni singola persona che se crede nei valori della libertà, della democrazia, del rispetto, della dignità, deve farsi personalmente garante che essi siano difesi ogni giorno, in ogni occasione, in ogni piccolo gesto”.

 

Ultimo aggiornamento: 18 Maggio, 13:29 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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