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Elezioni comunali 2022, M5s sotto il 10%: anche il Sud boccia Conte. Lui piccona l’asse col Pd

«Non siamo soddisfatti». Le accuse a Di Maio: «Qualcuno fa resistenza». Male anche a Taranto e Palermo dove si era speso. «Letta? Non siamo alleati»

Lunedì 13 Giugno 2022 di Giuseppe Gioffreda
Elezioni comunali 2022, i risultati del M5S
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Bocche cucite, telefoni che squillano a vuoto per tutto il pomeriggio. Finché alle 19 prende la parola lui, Giuseppe Conte. Certificando un flop ancor più duro da mandare giù rispetto alle previsioni più nere della vigilia. «I risultati delle amministrative non ci soddisfano», dice il presidente M5s da solo di fronte ai microfoni, il volto tirato mentre spiega che «le amministrative sono state sempre un tabù per il Movimento, a parte qualche tornata come Torino e Roma nel 2016».

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Il flop M5s

Ma, mette in chiaro Conte, «non sono qui per nascondermi»: il M5s «è in ritardo sul progetto di rilancio». Ritardo che l’ex avvocato del popolo motiva con «la vicenda del tribunale di Napoli», dov’è in corso il processo che decreterà la sopravvivenza della sua leadership. E poi «ci sono state resistenze interne, che hanno rallentato la nostra azione». Parole che è difficile non leggere come una frecciata a Luigi Di Maio e ai suoi fedelissimi, che da mesi non perdono occasione per smarcarsi dall’avvocato. Annuncia una «riorganizzazione interna», l’ex premier, salvo mettere in chiaro: «Nessuna ripercussione nel rapporto col Pd», con il quale comunque non si è «mai parlato di alleanza strategica». Altro che campo largo sognato da Enrico Letta.

I RISULTATI
Quello che va in scena negli uffici di Campo Marzio, quartier generale dello stato maggiore grillino, è il copione di un film già scritto. Una cronaca di un disastro annunciato, anche se forse non in questi termini. Palermo, Messina, Taranto: quel Sud granaio di voti del Movimento, di fatto, non c’è più. Eppure Giuseppe Conte ci aveva provato. Nella sua Puglia, dove venerdì aveva chiuso la campagna elettorale. E in Sicilia, girata in lungo e in largo con le piazze che lo acclamavano a furor di popolo. «Se arriviamo al ballottaggio mi trasferisco a Palermo», si era spinto a promettere Conte. Non ce ne sarà bisogno: nella città che lo aveva salutato con abbracci e bagni di folla come “u papà del reddito” il M5s non arriva neanche alla doppia cifra. Fermo sotto il 10 per cento (intorno al 7,5, dicono le ultime proiezioni della sera), la metà di quanto portò a casa nel 2017 il candidato sindaco grillino Ugo Forello (per non parlare del 31% alle europee e del 46 alle politiche). A Messina, dove tutto cominciò nel 2012 con la traversata a nuoto dello stretto di Beppe Grillo, si viaggia sul 3%. A Taranto, due ore di macchina dalla sua Volturara Appula, l’effetto Conte non va oltre il 4. Al nord le percentuali sono più o meno le stesse. Nella Genova del fondatore M5s ci si ferma intorno al 4,5%. Meglio, paradossalmente, a Piacenza, dove i pentastellati correvano da soli senza tracce di campo largo: Stefano Cugini del Movimento sfonda quota 10% (anche se nel voto di lista il M5s si ferma al 2). Ecco forse spiegato il perché delle parole di Conte sul “no” all’alleanza strategica col Pd. Nota di colore: non miete successi neanche la lista “Con Te”, estranea al M5s ma lanciata a Rieti per «vedere l’effetto che fa» il nome dell’ex premier sul simbolo. Risultato? Intorno all’un per cento.

IL REDDE RATIONEM
Che in ogni caso qualcosa si debba cambiare, in casa Cinque stelle, nessuno ha la forza di negarlo. E chi non commenta a taccuini aperti si lascia andare in anonimato: «Una riflessione sulle scelte degli ultimi mesi bisognerà aprirla», mette in chiaro un deputato dimaiano. Sull’alleanza col Pd o sulla leadership di Conte? «Su tutto», risponde l’onorevole: «Le poche roccaforti rimaste non ci sono più». E la colpa è dell’attuale presidente? «Mettiamola così: un’identità sbiadita è peggio di una marcata». Basterà la «riorganizzazione» annunciata da Conte (di cui oggi dovrebbero essere illustrati i contorni) a ritrovare l’identità? Più d’uno è pronto a scommettere di no. Perché con i sondaggi sempre più impietosi e il taglio dei parlamentari alle porte, gli animi, nelle truppe stellate, non sono mai stati tanto avvelenati. «Morire è un conto, ma morire piddini sarebbe il colmo», trova la forza di scherzare un altro deputato, non tenero con l’attuale leader. Dunque si affilano i coltelli, in attesa del redde rationem. Con un’incognita: quella sentenza del tribunale di Napoli sulla nomina di Giuseppe Conte. Un appuntamento che potrebbe scombinare le carte un’altra volta. E assestare il colpo di grazia alla leadership già ammaccata dell’ex premier.

Ultimo aggiornamento: 15 Giugno, 08:52 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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