ArcelorMittal, linea dura: «Ilva spenta entro 2 mesi». Oggi il tavolo al Mise

PER APPROFONDIRE: arcelormittal, ex ilva
Linea dura di Arcelor: Ilva spenta entro 2 mesi. Oggi il tavolo al Mise

di Giusy Franzese

Raccontano che quando, in quel di Londra, il gran capo Lakshmi Mittal ha avuto tra le mani la rassegna stampa tradotta dei giornali italiani, sia saltato sulla poltrona e abbia preteso una immediata smentita: il gruppo - è stato subito precisato - non ha alcuna intenzione di gestire lo stabilimento fino a maggio, si tratta di notizie «del tutto prive di fondamento». Nessuna apertura, quindi, come era trapelato dopo l'incontro dell'altro ieri tra l'ad di ArcelorMittal Italia, Lucia Morselli, e il governatore della Puglia, Michele Emiliano. Il programma di addio all'Italia per ora non si ferma. Anzi. Poco dopo la smentita, arriva anche l'altra comunicazione: non è solo l'altoforno 2 ad essere interessato a brevissimo a una graduale procedura di spegnimento, anche per l'afo4 e l'afo1 (in pratica tutti e tre gli altoforni attualmente funzionanti) è già stato messo a punto il timing degli stop. Sarà tutto fermo entro metà gennaio (Afo2 il 12 dicembre, Afo4 il 30 dicembre e Afo1 il 15 gennaio), immediatamente dopo toccherà ad agglomerato, cokerie e centrale termo elettrica. L'intera area a caldo smetterà di lavorare.

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LA BATTAGLIA
Altro che apertura e negoziati appesi a un filo. Per ora dall'azienda arrivano solo segnali che confermano la volontà di chiudere e consegnare le chiavi ai commissari straordinari. Ed è molto probabile che oggi all'incontro tra azienda e sindacati (ci saranno i leader Fiom, Fim, Uilm affiancati dai segretari generali di Cgil, Cisl e Uil) che si svolgerà al Mise, l'ad Lucia Morselli consegnerà la lettera che avvia la procedura di cessione del ramo d'azienda, come previsto dall'art.47 della legge 428. Salvo ripensamenti dell'ultimo minuto, il ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli, non parteciperà alla riunione. La sede del Mise - fanno sapere fonti vicine al dossier - è stata messa a disposizione per la riunione su richiesta dei sindacati che volevano un luogo istituzionale. «Noi invece chiederemo al ministro di esserci perché il contratto è stato firmato al Mise e il governo resta il garante di quell'accordo» dice il numero uno Uilm, Rocco Palombella.
 


A ogni modo, quella di oggi pomeriggio non si prospetta una riunione tranquilla. L'annuncio dello stop di tutti gli altoforni è arrivato come una nuova scossa. Perché se il numero 2 era più o meno in bilico (i commissari straordinari ieri hanno depositato in procura l'istanza di proroga rispetto alla scadenza del 13 dicembre imposta dal magistrato per gli adeguamenti tecnici necessari, e sono in attesa di una risposta), gli altri si pensava che sarebbero rimasti in funzione fino all'eventuale consegna ai commissari. «La situazione sta precipitando in un quadro sempre più drammatico che non consente ulteriori tatticismi della politica» denuncia Marco Bentivogli, leader Fim. «Non vorremmo che l'incontro al Mise si trasformasse in un funerale dell'ex Ilva. Un disastro economico e sociale dagli incalcolabili danni per Taranto, la Puglia e il nostro Paese» avverte Carmelo Barbagallo, leader Uil. E così Annamaria Furlan, numero uno Cisl: «Non ci rassegniamo allo smantellamento di una azienda così importante per l'economia del Paese ed al congelamento del piano di risanamento ambientale. Lo diremo con chiarezza nell'incontro al Mise. Il governo ha delle responsabilità enormi in questa vicenda». Un no secco a «ennesimi atti unilaterali» arriva anche da Francesca Re David, segretario generale dei metalmeccanici Cgil.
Il piano di fermata degli altoforni sarà inoltrato alle istituzioni locali e regionali, ai sindacati, alle autorità competenti e al ministero dellAmbiente che dovrà validarlo entro 60 giorni. ArcelorMittal sta preparando anche un piano di autorizzazioni da presentare alla procura: lo svuotamento di un altoforno infatti comporta emissioni di gas in atmosfera superiori a quelli di quando è in attività, per cui serve l'ok della procura. E non è detto che il procuratore sia d'accordo, né tantomeno che decida di dare l'ok nei tempi stabiliti dall'azienda. Intanto anche le imprese dell'indotto sono in allerta: molte lavorano quasi esclusivamente per Ilva e già stanno avendo ripercussioni fortissime sugli ordinativi. I primi a pagare sono i lavoratori, con ritardi sugli stipendi e avvi idi cassa integrazione.
 
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Venerdì 15 Novembre 2019, 07:31






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