Crisi di governo, l'ultimo pressing di Di Maio ma Conte va verso le dimissioni

L’addio di Conte:
schiaffo a Salvini

di Alberto Gentili

Le sorprese, tantomeno con i giallo-verdi, non sono mai da escludere. Ma a meno di un clamoroso colpo di scena, questa sera dopo il dibattito in Senato, Giuseppe Conte salirà al Quirinale per rassegnare le dimissioni. Aprire la crisi. E divorziare, una volta per tutte, dal «traditore» Matteo Salvini. «È una questione di dignità personale e istituzionale», ha spiegato.

Eppure, ancora ieri sera, Conte veniva descritto «in dubbio». E non perché il premier non voglia chiudere con il capo della Lega che oggi, durante il suo discorso in Senato, descriverà nella sua «operazione verità» e di «trasparenza di fronte al Paese», come «il ministro delle assenze», il politico «spregiudicato» che interpreta la politica «solo come ricerca del consenso». Demolirà la narrazione leghista di un governo paralizzato dai no grillini. E lancerà qualche segnale al Pd, «ma in modo garbato e prudente», dice chi ci ha parlato.


A innescare il travaglio di Conte è stato il forte pressing di Luigi Di Maio e di una parte del Movimento, tentati ancora di riaprire con la Lega, vista l'allergia per l'eventuale patto di governo in cui sarebbe incluso Matteo Renzi. E spinti dal proposito di far approvare, giovedì alla Camera, la riforma con il taglio degli onorevoli grazie ai voti del Carroccio. Operazione che non sarà possibile: le dimissioni di Conte, l'apertura formale della crisi, bloccherà i lavori parlamentari.

Che l'idea non fosse una boutade, è stato confermato dai silenzio di palazzo Chigi: «Non possiamo dire nulla su ciò che farà domani Conte». E dal fatto che la prospettiva di rinviare le dimissioni a giovedì, dopo aver incassato il taglio dei parlamentari, aveva due appeal. Illustrati con dovizia di particolari da Di Maio al premier. Il primo: spingere Salvini a votare la riforma voluta dai grillini e poi dirgli addio. Il danno e la beffa per il capo leghista. Il secondo: il taglio dei parlamentari, con il successivo possibile referendum confermativo, la modifica della legge elettorale e il ridisegno dei collegi, come ha spiegato il Quirinale il 13 agosto - quando Salvini lanciò questa proposta come tentativo disperato di archiviare la crisi, avendo ormai perso il treno delle elezioni ad ottobre - impedirebbe di andare a votare prima di un anno. Il che rappresenterebbe, o avrebbe rappresentato, in caso di rottura della trattativa complicatissima con il Pd, un'assicurazione sulla vita per i 5Stelle. E un disinnesco della minaccia rappresentata da Matteo Renzi, sospettato di voler staccare la spina al possibile nuovo governo in primavera, una volta formato il suo partito. In più, per Di Maio in testa, questo epilogo avrebbe potuto permettere di proseguire con la Lega da posizione di forza: «Potremmo sfrattare addirittura Salvini dal Viminale», ha argomentato Di Maio durante il suo pressing.

Il premier, però, superato il travaglio e retto l'urto delle pressioni, in serata ha confermato a Sergio Mattarella che oggi rimetterà il mandato. Innescando, appunto, l'apertura formale della crisi. E l'avvio, ufficiale, della trattativa per il governo di legislatura insieme al Pd, 5Stelle, Leu, +Europa etc. presentandosi all'opinione pubblica come il generale a presidio della linea Maginot anti-Lega, l'argine contro un nuovo abbraccio tra Di Maio e Salvini, così come del resto gli ha chiesto domenica Beppe Grillo in una telefonata serale.
A dispetto di quanto aveva detto alla vigilia, però il premier oggi non riuscirà probabilmente «a far mettere la faccia e le impronte digitali» di Salvini sulla crisi. E questo perché il voto su una risoluzione potrebbe essere rischioso: «Il capo del Carroccio è talmente disperato che, pur di evitare la fine del governo, potrebbe votare perfino un documento in cui lo definiamo quello che è: un traditore», dice una alto dirigente grillino. Si vedrà. I colpi di scena, appunto, non si possono escludere: «Decideremo se presentare una risoluzione una volta ascoltato Conte», ha fatto sapere Di Maio. Ciò che è certo, è che Grillo vuole imporre il premier uscente al Pd. «Per noi c'è solo Conte ed esclusivamente Conte. Zingaretti non accetta? Non è nella posizione di poter rifiutare», dice un altro esponente 5Stelle.

NIENTE SUBORDINATE
Non è perciò un caso che il presidente del Consiglio nelle ultime ore abbia fatto filtrare di non essere interessato al prestigioso incarico di commissario europeo. Il posto gli è stato offerto dagli sherpa del Pd, per provare a farlo traslocare da palazzo Chigi. «Bisogna accontentare Conte, non umiliarlo», ha teorizzato Renzi. Ma il premier, che ora gioca il ruolo di nuovo leader del Movimento, non vuole premi di consolazione. «Del resto Conte è l'unica carta che possono giocare i grillini in caso di elezioni», spiega un leader dem, «e vogliono rafforzarlo in chiave anti-Salvini».
 
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Martedì 20 Agosto 2019, 07:15






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