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Centrodestra, cosa succede ora? Le divisioni Meloni-Salvini-Berlusconi (e il pericolo scontro il vista delle politiche)

Se Lega e Forza Italia continuano a dire di no alla candidatura meloniana di Nello Musumeci o a quella di Raffaele Stancanelli o di altri personaggi di FdI, allora la rottura è pronta

Lunedì 27 Giugno 2022 di Mario Ajello
Centrodestra, cosa succede ora? Le divisioni Meloni-Salvini-Berlusconi (e il pericolo scontro il vista delle politiche)

La domanda è: sapranno riappacificarsi i leader del centrodestra in vista del voto del 2023? Appendice a questa domanda: i sondaggi dicono che l’alleanza piace quasi al 50 per cento degli italiani ma alle amministrative Salvini, Meloni e Berlusconi come coalizione non hanno toccato palla nei ballottaggi e il pericolo che la disfatta si ripeta, nonostante i sondaggi, alle politiche esiste. Dunque: «Basta divisioni», è il mantra del giorno dopo in Lega, FdI e Forza Italia. Ma ecco che la divisione si ripropone già da oggi in vista delle regionali di ottobre: se Lega e Forza Italia continuano a dire di no alla candidatura meloniana di Nello Musumeci o a quella di Raffaele Stancanelli o di altri personaggi di FdI, allora la rottura è pronta. E senza unità nel centrodestra perfino in Sicilia vince il centrosinistra. Idem in Lombardia: FdI ha dimostrato che al Nord è più forte della Lega ma Salvini si tiene stretto il presidente lombardo Fontana in vista di un bis che a questo punto non è scontato affatto. Alla fine, l’odore del potere probabilmente riunirà i tre leader che non si parlano più, se non in vertici ad uso mediatico che non cambiano la situazione di incomunicabilità tra Giorgia, Matteo e Silvio. 

Gli scenari

Ora il quadro che si apre è questo: o Salvini e Berlusconi si coalizzano ancora di più, fino a fare il partito unico anti-Giorgia in moda da non darle la leadership della coalizione conquistata sul campo, oppure i due accettano la primazia della Meloni secondo la regola che è candidato premier il leader del partito che ha più voti (e FdI è di gran lunga il primo partito della coalizione oltre che contendersi lo scettro con il Pd a livello italiano ma nei sondaggi supera pure i dem con il 25,5 per cento) e allora si stabilirebbe una tregua. A cui nessuno crede però al momento. Altre fratture e altre prove muscolari renderanno turbolento il percorso del centrodestra da qui al marzo elettorale del prossimo anno. In extremis poi una tregua la troveranno ma al momento si annuncia una tregua di cartapesta, più per rispondere alle esigenze dei cittadini - «Il nostro elettorato ci vuole uniti» - che per intima convinzione di poter stare insieme. Uniti nel voto e poi di nuovo divisi una volta che, semmai, andranno a governare? E’ l’ipotesi più probabile. E non la migliore per gli interessi italiani. 

Intanto, l’elettorato cosiddetto dei moderati ha voluto dare un segnale chiaro a Salvini,  Meloni e Berlusconi: le continue tensioni, le litigate sulla lana caprina e sul sesso degli angeli ci hanno profondamente stancato. E, non potendo culturalmente votare a sinistra, per distanza siderale dallo schieramento considerato amico della tassazione esagerata e delle porte aperte agli immigrati e ai loro diritti, stavolta ha deciso di andare al mare e di disertare le urne. Uno schiaffo in pieno volto, figlio del mancato accordo di Verona, che ha consegnato una delle città più di destra dello Stivale a Damiano Tommasi. Ma anche, Verona e altre città, dicono al centrodestra che la scelta di certi nomi calati da Roma e lontani dal territorio non è accettata dagli elettori. Le sconfitte possono però essere salutari. A patto che se ne intuiscano le reali motivazioni (evitando atteggiamenti presuntuosi del tipo «non ci hanno capiti, problemi loro, programmi e candidati erano eccellenti») e la rotta va invertita subito.

Le aspettative

Nel centrodestra c’era chi pensava che, liquefatto il Movimento Cinque Stelle, gli italiani sarebbero tornati ai partiti di ispirazione novecentesca e avrebbero abbandonato l’onda lunga dell’anti-politica grillesca per tornare all’ovile dei soliti partiti. Così non è stato. Naturalmente, le elezioni politiche sono un’altra cosa rispetto alle amministrative e in queste ore i big del centrodestra non fanno che ripeterlo a se stessi e a tutti. Ma è anche vero che il disastro è figlio di un qualcosa che si è inceppato a monte. Non è colpa del destino cinico e baro il disastro di Michetti a Roma, di Bernardo a Milano, mesi fa, e oggi di Sboarina a Verona per non dire di Cuneo, Alessandria, Piacenza e Parma, Catanzaro, Monza e via così. L’esito elettorale è il prodotto di una coalizione che funziona solo quando intercetta una spinta populista, di rabbia e protesta, ma quando i leader non riescono più neanche a parlarsi al telefono e a scegliere le persone giuste nei vari territori (il caso Michetti non è stato evidentemente superato) allora impazza la disaffezione. Questo giugno 2022 parla insomma al marzo 2023, e il pericolo di un altro ribaltone a favore del centrosinistra non va escluso con supponenza, perché il potere - che ancora non c’è - logora chi litiga e bisticcia.

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Ultimo aggiornamento: 29 Giugno, 08:33 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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