Luca Attanasio, chi era. Un animo da missionario: «Lottava per i bimbi soldato»

Martedì 23 Febbraio 2021 di Claudia Guasco e Cristiana Mangani
Luca Attanasio, chi era. Un animo da missionario: «Lottava per i bimbi soldato»
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Entusiasta, generoso, determinato. «Era una luce che fa breccia nella nebbia, illumina e riscalda. Era capace di cogliere il lato positivo in ogni persona, di cucire i rapporti, di costruire ponti», lo ricorda don Angelo Gornati, per anni parroco di Limbiate. Qui, nel cuore della Brianza, è nato Luca Attanasio, 43 anni, padre di tre bimbe e marito orgoglioso di Zakia Seddiki. Lei ha fondato l’associazione umanitaria “Mama Sofia” per aiutare le madri e gli orfani di strada a Kinshasa, lui era il presidente onorario: obiettivi comuni, l’impegno per gli ultimi, la sfida di strappare alla guerra i bambini soldato, una casa rifugio da costruire per loro. Fino all’ultima missione. «Luca è morto in nome di ciò che voleva costruire in vita», raccontano ora gli amici costernati.

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È stata la moglie, che si trova a Kinshasa, a ricevere la prima telefonata del capo dell’Unità di crisi della Farnesina, subito dopo è toccato al padre in Italia. «È distrutto, non riesce nemmeno a parlare», dice chi lo ha chiamato. Luca Attanasio aveva tanti amici, benché la carriera diplomatica l’avesse portato lontano. Quando tornava a Limbiate amava fare un giro di saluti. «Era un bravissimo ragazzo, molto legato al suo paese, alla sua famiglia, al suo oratorio, alle persone con cui è cresciuto. Ci sentivamo spesso, mi ha mandato un messaggio audio venerdì sera perché il Comune di Limbiate ha acquistato una villa che era bruciata in centro ed era contento», spiega il sindaco Antonio Domenico Romeo. Era uno dei più giovani ambasciatori italiani nel mondo, in un’area di guerra permanente, ma è rimasto semplice e diretto. «Un vero amico con cui ridere. 

Il suo ultimo messaggio è di tre giorni fa, era felice come sempre. Mi ha detto: «Ehi Gianfrancone, non vedo l’ora che tu venga qui in Congo ad aiutare i bambini», lo piange ora Gianfranco Bruno, sostenitore della onlus. «Due giorni fa ho scritto a Zakia, mi ha informato che Luca era partito per una missione. Lui non aveva paura, non si sentiva in pericolo. Con la moglie andava a consegnare pacchi di cibo ai bambini indigenti, sostenevano le donne senza famiglia. Il suo lavoro era portare il bene nei Paesi difficili e lo faceva senza temere per la propria vita. Era umile, colto, con un gran cuore. Ciò che rimarrà per sempre è la sua pazzia buona». Sogni senza confini ma anche una solida preparazione. Laureato alla Bocconi con il massimo dei voti, aveva intrapreso la carriera diplomatica dopo una prima esperienza aziendale ricoprendo diversi incarichi, prima all’Ambasciata d’Italia a Berna (2006-2010), poi console generale reggente a Casablanca, in Marocco (2010-2013). Dopo essere rientrato nel 2013 alla Farnesina, come capo segreteria della direzione generale per la mondializzazione e gli affari globali, era tornato nel 2015 in Africa come primo consigliere all’ambasciata d’Italia ad Abuja, in Nigeria. Quindi, a settembre del 2017, l’incarico di capo missione a Kinshasa. Un continente, l’Africa, che il diplomatico amava e di cui voleva fornire una narrazione diversa.

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Ieri, la notizia dell’agguato ha molto turbato i colleghi diplomatici. E i messaggi di affetto e di dolore si sono inseguiti da una parte all’altra del mondo. «Era pieno di energia e di voglia di fare, ci mancherà», hanno scritto sulla chat comune. In prima linea anche per combattere il Covid in Congo, Attanasio era riuscito, ad agosto scorso, fare rimpatriare in fretta in Italia, suor Annalisa Alba, contagiata dal virus, e in gravi condizioni. Ieri la missionaria ha saputo quanto era successo dalla televisione e ha ricordato i giorni della sua malattia. «Mi diceva di avere coraggio, che non sarei morta - si commuove -. E che non appena sarei guarita ci saremmo visti. Non posso credere che sia stato ucciso, ho pianto tanto».
Sapeva Luca che il Congo non era una zona facile, ma la sua «pazzia buona», come ricorda l’amico, lo spingeva in prima linea. I bambini da salvare erano il suo obiettivo principale, condiviso anche con la moglie Zakia. I bambini soldato erano il suo più grande dolore. Del resto, lo ripeteva sempre e lo ha fatto anche quando ha ricevuto il premio “Nassiriya per la Pace”: «La nostra è una missione, anche se pericolosa. Abbiamo il dovere di dare l’esempio».
 

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