Lo chef Valletta difende i giovani: «Svogliati? Colpa dei genitori che danno la paghetta e li lasciano sul divano»

Marco Valletta è docente del laboratorio di cucina dell'istituto alberghiero Maffioli e noto chef televisivo

Martedì 3 Maggio 2022 di Lucia Russo
Marco Valletta

CASTELFRANCO - «Bisogna dare l'esempio ai giovani: se vogliono perseguire un sogno lo devono fare fino in fondo. E il mondo della ristorazione, come nel lavoro in generale, servono dedizione e sacrificio». Non ci gira intorno e così, Marco Valletta, docente del laboratorio di cucina dell'istituto alberghiero Maffioli e noto chef televisivo, commentando le difficoltà nel settore nel reperire personale ma anche i casi di giovani aspiranti camerieri lasciati a casa dopo pochi giorni di prova al ristorante.

Il problema è quindi a monte?
«I giovani di oggi non prendono seriamente e con la dovuta attenzione la cultura del lavoro perché alle spalle hanno famiglie che non li educano a scegliere una professione, ma li portano a prendere decisioni e a fare esperienze il più tardi possibile per farli stazionare a casa per più tempo».

In passato era diverso?
«Sì. I ragazzi andavano a lavorare d'estate ad esempio. Si facevano una stagione anche solo per impratichirsi e così si irrobustivano. C'era il sogno di studiare cucina per andare a lavorare nei ristoranti in America o all'estero. Oggi i genitori portano ancora a scuola il figlio di 17 anni quando piove e non ci pensano proprio a mandarlo a lavorare perché povero, è ancora un ceo. A 17 anni un ragazzo non è un ceo, può andare a farsi la stagione a Jesolo».

Colpa delle famiglie?
«Del vissuto quotidiano che i ragazzi respirano tra famiglia e mondo degli adulti dove riescono sempre a trovare delle scorciatoie. Io non riesco a dare totalmente la colpa ai ragazzi, punto il dito contro gli adulti. È una responsabilità generazionale, spetta alla famiglia educare il ragazzo e la scuola non va vissuta come un parcheggio dove lo si lascia per qualche ora».

Cosa manca ai giovani d'oggi?

«La logica di confrontarsi con il mondo del lavoro, con il bello, il brutto, il giorno e la notte. Non è solo rose e fiori. Io sono convinto che non siano loro ad essere cambiati ma che le famiglie non sono più identitarie di valori ed esempi concreti».

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In che senso?
«Bisogna dare l'esempio ai giovani. Educatori e formatori, quindi famiglia e scuola, devono dimostrare che quello che dicono corrisponde ad un fatto reale. Non può sempre essere un predica bene ma razzola male. I giovani cercano certezze e identità, non strade facili ma da comprendere in tempi non lunghi».

Esistono davvero?
«In passato, uno diventava chef a 50 anni. Oggi abbiamo chef bravissimi a 30 anni o anche prima. Sta nel capire cosa spinge questi ragazzi a perseguire questa strada. Nel nostro lavoro, il sogno non deve essere faccio il cuoco in televisione, quella è comunicazione. Cucina la si fa in 10 ore di laboratorio, sporcandosi, lavorando con disciplina».

È vero che i giovani non hanno voglia di lavorare nel fine settimana?
«No. Oggi tutto è aperto nei fine settimana, non è più come un tempo. Il lavoro della ristorazione si presta a dire tu vai a lavorare quando gli altri si divertono. Lì è questione di cultura. Se il tuo lavoro è un sogno da realizzare lo fai volentieri. È una responsabilità degli adulti far capire ai ragazzi questa cosa. Oggi c'è gente che ha bisogno di lavorare ma i ragazzi non lo fanno perché quando arrivano a casa trovano tutto pronto e non sono più disponibili ad andare a lavorare il sabato e la domenica con contratti particolari, preferiscono stare a casa e divertirsi perché tanto la famiglia quei 50 euro che guadagnerebbero, glieli da comunque».

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