​Falcone, l'eredità ai siciliani: battere la mentalità mafiosa​

Quel giorno i palermitani capirono che non dovevano rassegnarsi a Cosa nostra

Lunedì 23 Maggio 2022 di Matteo Collura
Falcone, l'eredità ai siciliani: battere la mentalità mafiosa

Palermo e Giovanni Falcone. La città e il “suo” magistrato ucciso da criminali mafiosi trent’anni fa. Un binomio perfetto, Palermo e Giovanni Falcone, l’una lo specchio dell’altra. Raramente un uomo di legge (poliziotto, carabiniere, magistrato, appunto) è stato così legato alla propria città, così tanto rappresentandola, vivendola, soffrendola. Ed è stato così abile Falcone come funzionario dello Stato trovatosi a combattere la mafia a Palermo, proprio perché ne conosceva entrambe le facce: quella della legalità (in una città come la sua, se si sceglie di stare dalla parte del diritto, della legge, si è di una intransigenza eroica), e quella della illegalità, che permea tutto, tutto invade e condiziona. Talmente diffusa l’illegalità, a Palermo, da apparire in alcuni casi, e specialmente ai forestieri, una caratteristica divertente (un po’ come avviene anche a Napoli). Entrambe queste Palermo erano il mondo di Giovanni Falcone, e questo ne ha segnato il destino. 

Lo stesso, credo, si possa dire per Paolo Borsellino, anche lui abbattuto nell’instancabile adempimento del proprio dovere di difensore dello Stato. Palermo 30 anni dopo l’uccisione di Falcone. Com’è cambiata – se nel frattempo è cambiata – questa città, così legata alla morte, alla sua celebrazione, al suo fascino si può arrivare a dire? E non sembri esagerato parlare di fascino a proposito della morte, perché a Palermo essa è davvero fedele compagna nel mistero della vita. Nel capoluogo dell’isola la morte fa spettacolo, come dimostra il celebre affresco che ne celebra il trionfo nella Galleria Regionale di Palazzo Abatellis, e come confermano le folle di visitatori che da ogni parte del mondo accorrono a vedere, nelle catacombe dei cappuccini, la spaventosa assemblea di cadaveri insepolti, un macabro carnevale che soltanto chi ha dimestichezza con la morte può concepire e sfruttare a fini turistici.

Mai sazia di celebrare, accogliere, onorare i morti, questa città nel 1997, per volontà del suo sindaco Leoluca Orlando, fece arrivare dagli Stati Uniti la salma di un americano giustiziato in Virginia, Joseph O’Dell. Da allora quei resti simbolicamente riposano nel cimitero di Santa Maria di Gesù, non lontano dalla tomba dei Florio. E ancora: non è un caso che il più rappresentativo e notevole romanzo ambientato a Palermo, “Il gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, dal principio alla fine non fa che parlare di morte, di continuo evocandola, corteggiandola, persino. Giovanni Falcone 30 anni dopo: il suo nome ora è lì, scolpito in una lapide nella chiesa di San Domenico, il Pantheon dei palermitani. “Eroe della lotta alla mafia”, dice la scritta sottostante. 

 

Eroe e martire, Falcone, uno tra quelli che questa città ha imparato a venerare. Eroe e martire come Paolo Borsellino, eroe e martire come tanti poliziotti e carabinieri trucidati da criminali mafiosi che questa stessa città, con il suo silenzio, con la sua rassegnazione, con la sua paura, a volte con la sua complicità, ha lasciato soli, condannandoli a una fine inevitabile. Ancora oggi, l’albero di Falcone, quel ficus di fronte la casa dove il magistrato abitò, è meta di pellegrinaggi di privati cittadini e scolaresche. Appesi al tronco, foglietti con scritte poesie, letterine, dediche, santini, fotografie. 

Un modo, questo, tutto siculo di rimediare al silenzio della città nel dilagare della mafia quando il magistrato la combatteva. Ricordo che a quel tempo, dopo ogni delitto, la maggior parte dei palermitani reagiva dicendo che quell’orrore quotidiano non li riguardava. «I mafiosi si ammazzano tra loro» era il commento. Bastava restare al proprio posto o al massimo farsi un tantino più in là. Con l’uccisione di Falcone le cose cominciarono a cambiare. I palermitani si resero conto che la mafia li riguardava, e come. Un pezzo di autostrada era saltato in aria, e su quell’autostrada non transitavano soltanto magistrati e forze dell’ordine. Meno di due mesi dopo, un’immagine di guerra si presentò ai loro occhi: per eliminare Paolo Borsellino era stata fatta esplodere un’auto imbottita di tritolo, mandando in briciole la facciata di un intero palazzo e riducendo a brandelli i corpi di cinque agenti di scorta. Fiamme, fumo, macerie e lamiere dappertutto. 

Come proteggersi? Fu così che sui balconi spuntarono i lenzuoli bianchi e nelle scuole ci si organizzò per impartire i rudimenti di una pedagogia anti-mafiosa. Con essa il dilatarsi di una retorica dell’antimafia che – come aveva denunciato Sciascia molto tempo prima dei due spaventevoli attentati – avrebbe consentito ad alcuni lestofanti in giacca e cravatta di arricchirsi (è storia recente). Passato tanto tempo, una cosa appare certa. La mafia – quella che fisicamente elimina giudici, generali dei carabinieri e giornalisti – può essere combattuta e sconfitta. Lo stesso non si può dire della mentalità mafiosa, che a Palermo e nell’intera Sicilia regna sovrana, condizionando politica, economia, ogni ambito della società. Questo, nelle interviste e nei discorsi in pubblico Giovanni Falcone lo diceva. E questo continua a essere il suo lascito di siciliano che conosceva bene la Sicilia.

 

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