Minorenne ridotta in schiavitù a Roma. «Più di 450 incontri in 4 mesi»: due amiche di famiglia la obbligavano a prostituirsi

I clienti della 15enne assolti per mancanza di prove

Venerdì 2 Dicembre 2022 di Erika Chilelli
Minorenne ridotta in schiavitù a Roma. «Più di 450 incontri in 4 mesi», due amiche di famiglia la obbligavano a prostituirsi

Si nascondevano nell'armadio per controllarla e le chiedevano di tenere il telefono in vivavoce durante il rapporto con i clienti. Così, una 15enne era costretta, da due sorelle amiche della sua famiglia, a prostituirsi. L'avevano condotta in Italia dalla Romania, nel 2016, per fare la babysitter e guadagnare soldi da mandare ai genitori, ma una volta in Italia ha avuto inizio l'incubo. La minore da gennaio a maggio del 2016 avrebbe incontrato circa 450 uomini adescati da una delle maitresse su una bacheca online: a processo sono finiti nove clienti che, ieri, sono stati assolti per mancanza di prove mentre le due donne, ora di 35 e 30anni, sono state condannate dalla quinta sezione collegiale del Tribunale di Roma a 7 e 6 anni di reclusione con l'accusa di prostituzione minorile.


L'INGANNO

Un bagaglio carico di speranze e la promessa di un lavoro: per questo la minore lascia il suo paese, in Romania, alla volta dell'Italia. Parte a gennaio del 2016 in compagnia di una donna, conosciuta dai genitori, che le aveva chiesto di fare da babysitter alla figlia. Una volta in viaggio, però, quando non ha più modo di tornare indietro, le viene raccontata la verità: «Mi ha detto che dovevo prostituirmi - ha riferito la vittima ai giudici - diceva che sulla Casilina aveva preso in affitto una stanza». Al suo arrivo in Italia, così, la 15enne è costretta ad incontrare una media di cinque clienti al giorno. Ad occuparsi di tutto è l'imputata più grande tra le due: le requisisce i documenti, le dà un cellulare dal quale può ricevere solo chiamate in entrata, scatta alla minore delle foto in intimo per pubblicarle su una bacheca di incontri online con il volto oscurato da una goccia d'acqua. Una volta adescato il cliente e stabilito il pagamento e il tipo di rapporto, avvisa la minore: «Veniva il cliente, i soldi li prendevo io e li consegnavo a lei». Per assicurarsi dell'avvenuto pagamento, la donna, si serviva della sorella - che si prostituiva nello stesso appartamento - chiedendole di controllare: «Sapeva che io mi prostituivo e davo i soldi alla sorella. Quando arrivava qualche cliente lei si nascondeva nell'armadio o nel bagno», ha riferito la vittima ai giudici. La maitresse, però, aveva anche un altro modo di gestire gli incontri: «Mi diceva di lasciare attiva la conversazione telefonica con lei in modo che poteva sentire cosa dicevo con il cliente ed in particolare se mi dava dei soldi in più di quelli stabiliti».


IL BLITZ
A scoprire l'attività di prostituzione gli agenti del commissariato di Tor Pignattara che si imbattono nelle immagini online della minore. Il 6 maggio del 2016 si appostano sotto l'abitazione e contattano la donna fingendosi clienti e fissando un incontro sessuale con la minore. Una volta entrati nell'appartamento, gli agenti trovano profilattici e intimo nascosti nell'armadio. Al momento del blitz c'erano le due sorelle (ora condannate), la figlia di 5 anni di una di loro e persino la mamma della vittima, venuta a trovare la figlia, all'oscuro del fatto che facesse la baby prostituta invece che la baby sitter.
Ieri, dopo che le due donne accusate di prostituzione minorile sono state condannate a 7 e 6 anni di reclusione, l'avvocato Massimo Titi, che le difende, ha commentato così: «È una sentenza assurda perché non c'è stato nessuno sfruttamento e nessun inganno, come emerso dall'istruttoria dibattimentale e dall'esame della persona offesa. La minore non è mai stata costretta a prostituirsi, è venuta sapendo quello che avrebbe dovuto fare, doveva aiutare la famiglia».
 

Ultimo aggiornamento: 4 Dicembre, 12:11 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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