Davide ucciso dall'amico, caccia a chi ha coperto il killer. Il giudice: «Fabbri ha inscenato la fandonia che il ragazzo si fosse sparato da solo. Si è voluto salvare a costo della vita dell'amico»

Lunedì 30 Gennaio 2023 di Michele Milletti
Davide Piampiano e i carabinieri sul luogo della tragedia

PERUGIA - Quella di Piero Fabbri è una «fandonia». Lo scrive senza mezzi termini il giudice per le indagini preliminari, Piercarlo Frabotta, nell'ordinanza che venerdì scorso ha portato in carcere Piero Fabbri con l'accusa di omicidio volontario con dolo eventuale per la morte di Davide Piampiano, ucciso da un colpo di fucile durante una battuta di caccia «di frodo» lo scorso 11 gennaio al parco del Subasio. Incastrato, secondo investigatori e inquirenti, dal famoso video di 17 minuti estrapolato dalla telecamera Gopro che davide portava nel cappellino come era solito fare quando usciva a caccia. «La ricostruzione dei fatti emergente dall’audio-video registrazione in atti - scrive il gip - consente di affermare, dunque, che il Fabbri dopo aver colpito per errore l’amico Piampiano Davide pensando che si trattasse di un cinghiale, non solo raccontava ma anche inscenava la fandonia che il giovane ragazzo si fosse sparato da solo; il Fabbri, infatti, avendo avuto per più di 4 minuti (dal minuto 3.46 della registrazione, quando arrivava vicino al corpo dell’amico, al minuto 7.48 quando parlava dell’«incidente» per la prima volta al telefono con Preziotti Alessandro) il dominio assoluto della concreta situazione di fatto da lui stesso provocata per colpa, invece che chiamare il 118, si preoccupava di scaricare l’arma della vittima per far credere che la stessa avesse sparato e con altissima probabilità recuperava e sottraeva definitivamente il bossolo del colpo che egli invece aveva sparato contro il Piampiano, mai trovato dalla PG nonostante l’utilizzazione di tutti gli strumenti tecnici possibili».

Fabbri, scrive ancora il giudice, «dopo aver consumato inutilmente i primi quattro minuti astenendosi dall’agire per salvare la vita al Piampiano, continuava a lasciare ogni determinazione sulla chiamata dei soccorsi ai propri interlocutori, preoccupandosi solo di ripetere a costoro la menzogna sull’auto-ferimento della vittima; il telefono che aveva in mano, e che avrebbe dovuto utilizzare per telefonare al 118 fin dal primo istante, lo utilizzava senza alcuna concreta utilità nella direzione della tutela della vita del ferito, è ciò nell’arco di un ampio lasso temporale al culmine del quale vedeva il Piampiano morire davanti ai propri occhi. II Fabbri, pertanto, non restava sul posto per soccorrere il Piampiano (perché nulla gli avrebbe impedito di compiere l’unica possibile azione salvifica del ferito, e cioè telefonare immediatamente al 118, pur in ipotesi intrattenendosi accanto al ragazzo e addirittura continuando a mentire sul supposto sparo accidentale dallo stesso posto in essere), bensì per alterare lo stato dei luoghi e delle corse pertinenti al reato, procedendo in distinti momenti a scarrellare e scaricare sia l’arma della persona ferita che la propria, prima che arrivassero altre persone sul posto; e il fermo proposito di salvare sé stesso da possibili conseguenze penali, anche a costo della vita dell’amico ferito in maniera assai grave, lo si coglie dalla piena dichiarata consapevolezza del Fabbri che Davide rischia di morire («questo me se more») cui si accompagnano condotte dell’indagato dolosamente immobiliste, inidonee a procurare l’intervento immediato di chi veramente poteva salvare la vita al giovane, e piuttosto orientate al proprio esclusivo tornaconto personale». 

GLI ACCERTAMENTI 

Caccia a chi può averlo coperto. A chi più o meno consapevolmente possa aver contribuito al mantenimento di un segreto spaventoso: aver ucciso, per sbaglio ma non chiamando tempestivamente i soccorsi, un ragazzo di 24 anni. Un amico, l’amico Davide. Per cui era una specie di «secondo padre» e col quale progettava di prendere in gestione una riserva di caccia.


Con il passare delle ore dall’arresto di Piero Fabbri, accusato di omicidio volontario con dolo eventuale per la morte di Davide Piampiano avvenuta l’11 gennaio al parco del Subasio durante una battuta di caccia, le indagini sono ancora in corso. Perché se procura e carabinieri, grazie soprattutto alla piccola telecamera che Davide portava nel cappellino, hanno messo un punto decisivo sull’origine della tragica fine del ragazzo, ci sono ancora tanti elementi da mettere in fila. Tra i quali anche stabilire se qualcuno può aver saputo o avuto qualche dubbio sul dramma di Davide e il comportamento di Fabbri e sia rimasto in silenzio. Fornendogli sostanziale copertura.
 

GLI ELEMENTI
Elementi da investigare in qualche modo rintracciabili fin dalle stesse parole del procuratore capo, Raffaele Cantone, nel raccontare ufficialmente venerdì sera quanto ricostruito grazie alle «indagini molto approfondite e scrupolose dei carabinieri»: il riferimento è al giaccone e al fucile di cui Fabbri si sarebbe disfatto prima di chiamare “Prez”, l’amico fraterno di Davide con cui era a caccia, e dirgli sostanzialmente «Davide mi ha detto che si è tirato una botta con il fucile». Ma anche a spiegazioni considerate, secondo quanto si apprende, poco convincenti su un’eventuale dinamica di come possa essere partito il colpo, con l’autopsia che qualche giorno dopo farà emergere i primi dubbi sulla totale aderenza delle cose a un incidente di caccia.
Senza dimenticare tutte le altre azioni, considerate di depistaggio da investigatori e inquirenti, come il ripetere a tutti (al funerale e anche nel corso delle visite a casa Piampiano) di come Davide gli avesse detto di essersi sparato un colpo di fucile.
Tra i depistaggi potrebbe esserci anche la telefonata poco prima del colpo mortale tra lo stesso Davide e Fabbri. Il quale l’avrebbe spiegata dicendo «Davide mi aveva telefonato per dirmi che si era perso il cane» e chiedendo dunque aiuto a un amico che viveva nella zona del parco del Subasio in cui si trovavano i due ragazzi. Telefonata che invece sarebbe potuta essere di annuncio di un cinghiale in arrivo dalle sue parti, al punto da giustificare l’uscita di casa improvvisa con il fucile.
Racconti che potrebbero insomma, oltre agli investigatori e inquirenti, non aver convinto neanche persone vicine al Biondo. Come è conosciuto in zona. Con dubbi rimasti a galleggiare per due settimane.
Intanto, dai 17 minuti del video che per ora incastra Fabbri (il quale nell’interrogatorio previsto tra domani e mercoledì potrà ovviamente fornire la sua versione dei fatti) emergono altri dettagli. Come il fatto che Davide tenesse in una mano il telefono e nell’altra il localizzatore Gps e le parole di Fabbri «ma cosa ti ho fatto» dopo lo sparo e l’arrivo con il fucile. E ancora le richieste di aiuto di Davide, che sta velocemente morendo, e le rassicurazioni del Biondo. 

Intanto martedì Fabbri, assistito dall'avvocato Luca Maori, sarà interrogato nel carcere di Capanne. Con il gip di Perugia che nel frattempo, come anticipato, ha trasmesso il fascicolo alla procura di Firenze. La madre di Piampiano è infatti giudice onoraria e quindi il codice prevede che a occuparsi del caso debbano essere i magistrati toscani. Il giudice del capoluogo umbro fisserà ora l’interrogatorio di garanzia poi l’intero procedimento finirà a Firenze.

Ultimo aggiornamento: 19:34 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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