Scuola, lo studio: «I soldi ci sono ma li sprecano». Boom di precari

La Fondazione Agnelli: i fondi destinati al settore sono in linea con i paesi dell’Ue

Giovedì 22 Settembre 2022 di Lorena Loiacono
Scuola, lo studio: «I soldi ci sono ma li sprecano». Boom di precari

Scuole che cadono a pezzi, la didattica che va avanti solo grazie ai supplenti e il sostegno affidato anche ai docenti senza specializzazione: sono solo alcuni dei problemi della scuola italiana, sulla quale si sente troppo spesso dire che il Paese non investe abbastanza. È così? No, almeno non del tutto: le risorse ci sono ma, evidentemente, sono spese male. A rilevarlo è il dossier della Fondazione Agnelli “Le risorse per la scuola: luoghi comuni e dati reali”, curato dalla ricercatrice Barbara Romano, con elaborazioni su dati della Ragioneria dello Stato, del Ministero dell’Istruzione, di Eurostat e di Ocse

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I RISULTATI

L’obiettivo della ricerca è capire se davvero in Italia la spesa pubblica per la scuola è diminuita, se si spende meno di altri Paesi europei su un settore così delicato, se gli insegnanti sono diminuiti negli ultimi anni e se è vero che sono pagati meno rispetto ai colleghi europei. Secondo quanto rilevato dallo studio, si tratta, almeno in parte, di miti da sfatare: in Italia, come spiega la Fondazione Agnelli, la percentuale di spesa pubblica sul Pil è in linea con la media europea, per quanto riguarda la scuola dell’infanzia, le elementari e le scuole medie e superiori si spende come in Francia o in Germania. Anzi, osservando la spesa per ogni singolo studente, si scopre che l’Italia supera la media europea: si spendono circa 75mila euro per ogni studente fra i 6 e i 15 anni contro una media che si ferma intorno ai 72mila euro e sopra paesi come Francia e Spagna.

Il problema quindi non riguarda “quanto” ma “come” si investe sulla scuola. Visto che, di fatto, i risultati non sono eccellenti. Né in termini di rendimento, osservando le rilevazioni Ocse degli studenti, né in termini di servizi. Dati alla mano, emerge infatti che la spesa pubblica italiana, intesa come percentuale del Pil, è rimasta stabile per molti anni e nel 2020 ha ripreso a salire. La scuola, in Italia, è l’unico comparto della pubblica amministrazione in cui è aumentato il personale: più del 20% solo negli ultimi dieci anni. E il motivo va ricercato nel calo demografico: nonostante siano diminuiti gli studenti, non è stata modificata la quota di spesa. 
Un altro mito da sfatare, infatti, riguarda il taglio del personale. Non c’è stato. Il numero degli insegnanti è costantemente aumentato negli ultimi anni. Infatti, sempre a causa del declino demografico, il rapporto studenti-docenti è in calo: nell’anno scolastico 2014/15 era 10,9 mentre nell’anno scolastico 2021/22 è stato 8,6 senza contare ovviamente gli insegnanti cosiddetti Covid, assunti a tempo determinato per gestire l’emergenza. A cambiare però è stata la composizione interna del corpo docenti: nel 2015-2016, con le immissioni in ruolo della Buona Scuola. I docenti di ruolo erano diventati circa 730mila. Oggi sono diminuiti, scendendo a quota 700mila, per i pensionamenti. È aumenta quindi la percentuale dei supplenti: con la Buona Scuola la percentuale dei contratti a tempo determinato era al 14%, oggi è al 24%. Non solo. A vedere crescere il numero dei supplenti, che inevitabilmente non possono garantire la continuità, è il settore del sostegno: in 10 anni la quota dei docenti di sostegno a tempo determinato è passata da un terzo a quasi due terzi. 

LA SPECIALIZZAZIONE

Ad aggravare la situazione c’è il fatto che la maggioranza di questi non ha una preparazione specifica: vengono nominati infatti docenti che non hanno la specializzazione sul sostegno perché mancano quelli ad hoc. 

Un altro tema spinoso è la retribuzione dei docenti italiani: è infatti inferiore alla maggioranza degli altri paesi europei. In realtà si parte più o meno come gli altri ma poi la forbice si allarga a svantaggio dei professori italiani. Nei primi anni di professione, infatti, un insegnante italiano guadagna circa 25mila euro e in paesi come Francia, Portogallo e Finlandia si resta comunque sotto i 30mila euro. Mentre la Germania supera i 50mila euro. Nel corso degli anni le retribuzioni italiane sono poco dinamiche, come spiega la Fondazione Agnelli, perché legate solo all’anzianità, senza possibilità di carriera, che in altri paesi porta a livelli retributivi elevati. Non solo, il contratto dei docenti italiani è un caso praticamente unico in Europa perché quantifica solo le ore effettive di lezione, vale dire 18 ore settimanali per un professore delle superiori, a cui viene aggiunto un forfait di altre 80 ore nel corso dell’anno, quindi altre 2 ore a settimana, per le attività di programmazione, aggiornamento e ricevimento dei genitori. Non sono incluse, quindi, le ore dedicate alla preparazione delle lezioni e alle altre attività utili all’efficacia dell’insegnamento. Al contrario di quanto avviene negli altri Paesi. 
Proprio sul rinnovo del contratto della scuola, è intervenuto Antonio Naddeo, presidente dell’Aran: «La trattativa è in corso, il contratto deve dettare regole più moderne e soprattutto fornire a questi settori strumenti adeguati per la gestione e la valorizzazione del personale. Mi auguro che alcune questioni riguardanti le risorse finanziarie possano essere risolte velocemente in modo da chiudere questo contratto entro la fine dell’anno».

Ultimo aggiornamento: 12:34 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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