Inchiesta sui migranti, cadono le accuse contro il prefetto Zappalorto

Venerdì 22 Maggio 2020 di Nicola Munaro
Vittorio Zappalorto
4
VENEZIA Dal gennaio 2014 al luglio dell'anno successivo Vittorio Zappalorto, attuale prefetto di Venezia, ma all'epoca prefetto di Gorizia si era trovato a fare i conti con il Centro di identificazione ed espulsione e il Centro di accoglienza per richiedenti asilo, di Gradisca d'Isonzo, in provincia di Gorizia. Ruolo e periodo che gli erano costati l'iscrizione sul registro degli indagati firmata dal sostituto procuratore di Gorizia, Valentina Bossi, con le accuse di concorso esterno in associazione a delinquere finalizzata (attraverso un'omessa vigilanza) alla turbativa d'asta, truffa aggravata e falsi.
Accuse che ora crollano sotto i colpi del sostituto procuratore generale della Corte d'Appello di Trieste, Carlo Maria Zampi, che ha chiesto per il prefetto Zappalorto l'archiviazione di ogni reato contestato perché «il fatto non sussiste». La parola, ora, passa al gip del tribunale isontino.

L'ACCUSA
L'inchiesta prendeva piede dalla gara, dal valore di 16,8 milioni di euro, con cui la Onlus Connetting People di Trapani si era aggiudicata - dopo essere stata estromessa in un primo momento - la gestione del Cie e del Cara di Gorizia. Nel suo lavoro, il pm Bossi era arrivata a disegnare anche un coinvolgimento dell'allora prefetto di Gorizia, Zappalorto, prima di arrivare a Venezia nel luglio 2015 come commissario comunale dopo lo scandalo degli arresti del Mose.
Secondo il pm, Zappalorto avrebbe chiuso entrambi gli occhi su quanto succedeva all'interno del Cie e del Cara dove venivano negate agli ospiti sigarette, schede telefoniche e denaro per 231 mila euro. Dove, anche, veniva negata l'acqua, non erano smaltiti i rifiuti e «in linea generale» i gestori dei centri «sovrafatturavano» alla Prefettura di Gorizia la presenza degli ospiti «senza che la Prefettura abbia rilevato alcunché».
Nessun controllo anche per una serie di fatture da 2,6 milioni presentate da Connetting People alla Prefettura. Sosteneva il pm Bossi che l'8 luglio 2015, nel rescindere il contratto con la Onlus siciliana, Zappalorto avrebbe anche permesso alla Prefettura di versare a Connetting People poco più di 4 milioni di euro come liquidazione, procurando così un danno da 5,7 milioni di euro al Ministero dell'Interno. Il prefetto di Venezia era poi accusato anche di non aver trasmesso in procura l'esito di un'ispezione all'interno del Cara del 22 settembre 2014 su condizioni «igienico-sanitarie gravemente scadenti» .
LA TESI DEL PG
Ma nulla di tutto questo sarebbe mai successo. A dirlo è la procura generale di Trieste che ha avocato a sé l'inchiesta che ha coinvolto il prefetto Zappalorto assieme, tra gli altri, all'ex viceprefetto di Gorizia, Gloria Sandra Allegretto per cui è stata formulata un'altra richiesta d'archiviazione. Per una decina di indagati è stato invece chiesto il giudizio. L'intervento della procura generale era stato chiesto dagli stessi avvocati del prefetto, i penalisti Daniele Grasso e Marco Cappelletto. Dopo aver ricevuto a gennaio 2019 l'avviso di chiusura delle indagini preliminari e aver depositato ad aprile una memoria difensiva, avevano visto il fascicolo cadere nel dimenticatoio. Senza risposte dalla magistratura goriziana, i due penalisti avevano così chiesto l'avocazione del fascicolo da parte della procura generale di Trieste. Che, dopo aver requisito l'incartamento, ha anche sollevato il prefetto Zappalorto da ogni contestazione. «I vari illeciti - scrive il pg Zampi - sono del tutto privi di fondamento». L'intera architettura accusatoria sarebbe quindi «un apodittico e grossolano teorema in base a cui qualunque funzionario della Prefettura di Venezia avesse avuto parte della vicenda, diventava ipso facto un concorrente nei vari reati». E anche ammesso che l'aggiudicazione alla Connecting People fosse stata poco chiara, «manca la prova sia delle effettiva conoscenza dei fatti ipotizzati come taciuti, sia della dolosa inerzia nella mancata effettuazione dei controlli».
Soddisfazione per i difensori: «È stato dimostrato che il prefetto Zappalorto ha risolto, d'intesa con il ministero dell'Interno, le gravi criticità che aveva trovato quando divenne prefetto a Gorizia - spiegano gli avvocati Grasso e Cappelletto - mantenendo l'ordine pubblico, garantendo la prosecuzione dell'attività delle strutture di accoglienza, facendo risparmiare allo Stato diversi milioni e riuscendo a far sostituire il gestore dei servizi di appalto. L'attività si è svolta sempre nella piena legalità e correttezza amministrativa e questo è stato ampiamente riconosciuto dalla procura generale di Trieste e confidiamo che il gip di Gorizia condivida queste stesse argomentate e articolate conclusioni di una vicenda che da subito avevamo definito come paradossale. Viene - concludono - qui riconosciuta la dignità dell'operato e della funzione di un servitore dello Stato, la cui attività è sempre stata ovunque apprezzata».
  Ultimo aggiornamento: 16:32 © RIPRODUZIONE RISERVATA