Maxime Mbandà: "I miei 70 giorni sulle ambulanze fra lacrime e pipì addosso"

Venerdì 22 Maggio 2020 di Ivan Malfatto
Maxime Mbandà durante il lavoro alla Croce Gialla di Parma

PARMA - Maxime Mbandà è tornato al rugby. Ha ripreso ad allenarsi martedì con le Zebre, tirando come tutti i compagni un sospiro di sollievo quando è risultato negativo al Coronavirus nei test sierologici rapidi. Spera di giocare al più presto con la sua franchigia, nei probabili derby contro il Benetton Treviso con i quali si completerà la stagione del Pro 14. Sogna di indossare la maglia azzura ad ottobre, se l'Italia giocherà i due recuperi del Sei Nazioni contro Irlanda e Inghilterra.  In poche parole, si appresta a tornare alla normalità della sua carriera di rugbista d'alto livello.

I 70 giorni trascorsi da volontario della Croce Gialla di Parma, sulle ambulanze per i malati di Covid-19, saranno per sempre lo spartiacque della sua esistenza. Non solo perchè l'hanno reso il terza linea, anzi il rugbista, più famoso d'Italia. E non per il risultato di una partita. Ma perchè un giovanottone sportivo come lui,  per definizione votato alla vita dall'alto del suo metro e novanta di muscoli, ha dovuto invece guardare in faccia la morte per tutto quel tempo. E' un'esperienza del genere lascia un segno definitivo.

Lo si capisce dalle parole con le quali ha voluto raccontare i suoi 70 giorni all'inferno e ritorno. Le ha affidate al megafono di Facebook e qui le riportamo integralmente. Senza aggiunte, tagli, adattamenti o commenti. Perchè ognuna di esse vale cento volte le parole che un giornalista potrebbe scrivere. 

LE PAROLE DI MBANDA' 

Sono stati i 70 giorni più impegnativi della mia vita.
Ho trasportato più di 100 pazienti, fatto turni massacranti dove pranzavo alla sera, perché non potevo togliermi quella tuta per non rischiare di contagiarmi finché non venivo sanificato.

Mi sono fatto una promessa prima di entrare per la prima volta su un’ambulanza ed ho cercato di rispettarla.
Durante il periodo più intenso ho pianto la sera, sfogandomi per quello che vedevo durante il giorno ed a cui non ero abituato, non riuscivo a prendere sonno la notte nonostante fossi distrutto e mi sono ritrovato anche a svegliarmi alle 3 del mattino tutto bagnato per poi scoprire che mi ero fatto la pipì addosso. Quella tuta è stata così tanto la mia seconda pelle in questi due mesi che una volta dopo ore di servizio (e per fortuna avevo finito l’ultimo trasporto della giornata) non sono riuscito a trattenermi e me la sono fatta sotto, di nuovo. Pensavo di avere problemi, stavo vivendo una seconda infanzia in pratica, ma semplicemente non stavo rispettando il mio corpo. Volevo essere in servizio il più possibile e mi sentivo addirittura in colpa quando non ero in Croce Gialla ad aiutare gli altri volontari.

Detto questo, rifarei tutto dall’inizio.
Anzi, ho ammesso più volte in questo periodo di essermi pentito di non aver iniziato prima e consiglierò d’ora in poi a chiunque di provare a svolgere dei servizi di volontariato e di cercare di percepire le emozioni che lascia, che sono imparagonabili con qualsiasi altra esperienza. È giusto pensare ai soldi ed alla sopravvivenza nella vita, ma a volte fare qualcosa senza pensare ad una retribuzione ma facendola partire dal cuore ha un sapore che per me è paragonabile a quello di un tiramisù, il mio dolce preferito.

E spero che, chiunque mai si possa trovare a bussare alla porta di un’associazione, trovi dall’altro lato delle persone splendide che lo accolgano come una persona di famiglia come è stato per me qui in @seirs.crocegialla.parma [❤️] @ Parma, Italy

Ultimo aggiornamento: 23 Maggio, 15:44 © RIPRODUZIONE RISERVATA