Ezio Vendrame: «Se proprio devo parlare con imbecilli, preferisco morire di solitudine»

Mercoledì 2 Ottobre 2019 di Roberto Vicenzotto
Ezio Vendrame, intervista all'ex calciatore
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PORDENONE - Irregolare, come la superficie di una pigna, con la quale anche in tarda età è riuscito a palleggiare. Eclissatosi già da alcuni lustri, respingendo richieste di ogni tipo, Ezio Vendrame ha deciso di concedere questa intervista.
- La prima domanda è ovvia: come mai ha finalmente accettato un'intervista, e poi proprio questa?
«È semplice: perché volevo premiare la tua fedeltà e soprattutto perché ti voglio bene».
- Come mai non la si vede in giro e non la si sente più?
«Questo mondo e questo modo di vivere non mi appartengono. Siamo in un contesto dove l'unico valore che conta è il denaro. La gente è drogata di apparenza e di tecnologia. Purtroppo temo che, senza accorgercene, stiamo glorificando il fallimento dell'essere umano. Per questo ho scelto di sparire da questo schifo. E lo esigo».
- Che tipo di frequentazioni ha?
«Pochissime persone, solo quelle a cui ricambio il bene che mi vogliono. D'altronde, a una certa età, non ti resta più tanto tempo da perdere. Quindi, se proprio devo parlare con imbecilli, preferisco morire di solitudine». 
- Come vede la sua ex squadra, il Pordenone, in serie B?
«Non mi interessa. Ho altro a cui pensare».
- Ma è contento per il suo ex giocatore Mauro Lovisa, ora presidente dei ramarri?
«Non me ne può fregare di meno. Viviamo in due pianeti diversi».
 
- A proposito, come vive il calcio di oggi?
«Non lo seguo più, non mi emoziona e non tifo per nessuna squadra. Tifo per le persone. Perché per me ogni persona che sa amare è un fuoriclasse, un fuoriclasse vero».
- Cosa pensa dei giocatori attuali?
«Certo non si può generalizzare, ma la maggior parte di loro mi dà l'impressione di essere totalmente innamorata della propria immagine».
- Non va mai neanche a vedere un incontro di settore giovanile?
«No. Ci andrei solo se le squadre fossero composte da ragazzi orfani».
- E la politica italiana?
«Ti prego, cambia domanda, perché mi viene da vomitare. Se nascessi un'altra volta, preferirei farlo in Svizzera».
- Non torna mai a Casarsa, il suo paese?
«Ho sempre pensato che casa tua è solo dove ti vogliono bene. Troppe assenze. Troppi vuoti. Non ho alcun motivo di tornare, neanche morto».
- Ha un nuovo libro pronto?
«Nel febbraio del 2014 avevo consegnato a Giovanni Santarossa, per la Biblioteca dell'Immagine, un mio manoscritto dal titolo Parole senza domani. Avrebbe dovuto essere pubblicato, mi era stato detto dall'editore, nel settembre dello stesso anno. Ne sono già trascorsi 5 e credo di aver capito - provoca con un sorriso -, conoscendo abbastanza bene Giovanni, che magari succederà dopo la mia morte. Avendo percepito da subito le sue intenzioni (strizza l'occhio) ho deciso di condurre uno stile di vita che mi permetta di posticiparla, andando io al funerale altrui. Amen».
- Ci regala una poesia?
«Il gioco, diventando un mestiere, venne ucciso dal risultato».
- Il suo motto?
«Essere se stessi, sempre. Costi quel che costi. Senza concedere mai ad altri il telecomando della propria vita».
- Dicono ancora che lei sia il George Best italiano. Ci svela quando poteva accadere di giocare insieme a lui?
«Quando decisi di smettere definitivamente con il calcio professionistico, per fare ritorno in quella che credevo fossero casa mia e il mio paese, fui letteralmente bombardato di telefonate da Helenio Herrera. Oggi sarebbe stalking. Mi propose un contratto stramilionario per andare a giocare con Best a Los Angeles. A quei tempi il Mago viveva a Venezia e, se non ricordo male, collaborava con Il Gazzettino, che pubblicò a tutta pagina la notizia su questa trattativa. Che si concluse come era iniziata, con un secco mio no. Mi ero illuso che tornare a casa valesse più di qualsiasi cifra».
- Vale sempre più ciò che Gianni Mura, nella prefazione a un suo libro, vergò: Nella sua carta d'identità alla voce professione dovrebbe esserci scritto: sopravvivente. A 72 anni qual è il suo secondo tempo, il suo modo di salire in piedi sopra un pallone, i calzettoni abbassati quale metafora?
«Sono un uomo mutilato. Perché darsi è questo: non appartenersi più».
  Ultimo aggiornamento: 14:46 © RIPRODUZIONE RISERVATA