Covre, la fine della pena oggi: «I miei 24 anni in carcere da innocente»

Mercoledì 10 Luglio 2019
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TREVISO - Da oggi Sante Covre è un uomo libero. L'ex muratore di Treviso condannato per il duplice omicidio di Corrado Pianca e Paola Longo, i fidanzati di Cordignano uccisi nel settembre del 1995, ha finito di scontare la sua pena. In primo grado a Treviso era stato condannato all'ergastolo; in appello a Venezia la riduzione di pena a 28, poi confermata dalla Cassazione. E siccome dietro le sbarre l'uomo ha sempre tenuto un comportamento a dir poco esemplare, ha beneficiato dello sconto di cinque anni. Le manette, il carcere, la cella sono un ricordo. Sante Covre ha pagato il suo conto con la giustizia, e ora può andare dove vuole e incontrare chi desidera. Ma la libertà appena riconquistata gli fa paura.
 


 
A 68 anni non ha una casa, e la sua pensione è di 500 euro. Ma non sono né il tetto, né i soldi a preoccuparlo. Ciò che gli fa paura è quel marchio. Il marchio di assassino. «Sono innocente, io non ho mai ucciso dice Sante Covre. Chi ha colpito a morte Corrado e Paola sono stati altri. Uno non c'è più perché è morto, e un altro invece è tranquillamente in giro, chissà dove visto che nessuno riesce a trovarlo. A me rimane soltanto una cosa: battermi fino all'ultimo per ottenere la revisione del processo e togliermi quel marchio che tanto mi ferisce».
Quello di ieri per Sante Covre è stato l'ultimo giorno da detenuto. Grazie alla buona condotta già da mesi era in affidamento alla cooperativa L'arternativa di Vascon di Carbonera. Il regolamento è severo. Non è concesso offrire alcolici, neppure una birra. Poco importa, a Sante Covre preme soprattutto parlare. E spiegare cosa è accaduto quel venerdì di settembre di 24 anni fa. 
Covre, lei dice di essere vittima di un errore giudiziario ma quella sera lei è sul luogo del duplice delitto
«Non è proprio così. Quella sera mi chiama una vicina di casa di Paola e Corrado, preoccupata perché sente urla e rumori. A casa dei due ragazzi ci sono due amici: Francesco Marangoni e Gianluca Bianchi. Io e la mia compagna partiamo da Treviso e arriviamo a Cordignano. Lei rimane in auto, io entro. In cucina c'è Marangoni, a terra il corpo di Corrado. Marangoni mi dice di caricare il cadavere in auto, e di portarlo in riva a un fiume a Vittorio Veneto. E io assecondo Marangoni».
Scusi, e Paola?
«Marangoni mi spiega che il corpo di Paola è già stato caricato nell'Ape di Bianchi e che Bianchi sta già occultando il cadavere».
Perdoni, ma se lei arriva quando Corrado e Paola sono già stati uccisi perché non chiama le forze dell'ordine? I carabinieri, la polizia?
«Vede, io avevo appena scontato 20 anni di carcere per tanti piccoli reati alla pari di un furto di galline, ed ero sicuro che nessuno mi avrebbe creduto. Chi avrebbe creduto a un ex galeotto?».
Però quando lei viene sentito si avvale della facoltà di non rispondere
«Temevo ritorsioni nei confronti della mia compagna. E non a caso ho raccontato come sono andate le cose soltanto dopo la sua morte».
Covre, scusi, lei sceglie di affrontare un processo pubblico che non prevede sconti di pena e tace anche in aula
«Se tornassi indietro parlerei subito, e soprattutto in aula. Credevo però che la ricostruzione dei fatti potesse rivelare chi erano i veri responsabili e mai poi mi sarei permesso di avvicinarmi ad un alto ufficiale dei carabinieri e dire quello che ho detto».
Immagino che lei si riferisca alla stretta di mano tra lei e l'allora colonnello dell'Arma Nicolò Gebbia Cosa dice al colonnello?
«Gli dico che è davvero un bravo investigatore perché avevo seguito su tivù e giornali alcune indagini da lui condotte. Ma gli dico anche che io rischiavo di essere il suo più grande errore».
Alla fine però il pm Antonio De Lorenzi chiede l'ergastolo, e la Corte d'Assise accoglie la richiesta
«Le dico solo che quando in aula viene pronunciata la parola ergastolo mi sento gelare il sangue. Mi fa effetto. Anche se avevo vent'anni di galera alle spalle».
Poi a Venezia la condanna scende a 28 anni.
«All'inizio credo che i giudici di Venezia abbiano avuto qualche dubbio, ma alla fine capisco che ergastolo o 28 anni poco sarebbe cambiato. In che senso? Per la giustizia italiana io sono un assassino, e io non ho mai ucciso. La mia colpa è stata quella di aver aiutato a trasportare un cadavere».
Lei ha 68 anni, 44 li ha trascorsi in carcere...
«Quando sono entrato per la prima volta prendevo un rapporto ogni giorno. E una volta ho alzato anche le mani. Le ho alzate contro un padovano che faceva il bullo, e diceva voi non sapete chi sono io Diceva di essere della mala del Brenta ma nessuno gli credeva.».
Poi il suo atteggiamento è cambiato
«Ho capito che era inutile reagire contro altri detenuti o mancare di rispetto agli agenti. E nel momento in cui mi son dato una regolata, e ho cominciato a dimostrare che ero un bravo manutentore ho sentito anche la fiducia di tutto il personale del carcere. Vorrei ringraziare i direttori Francesco Massimo e Alberto Quagliotto, l'ispettore Claudio Gemin e l'assistente Accursio Stagno».
E una sera a cena con il piemme Antonio De Lorenzi e il generale Nicolò Gebbia?
«Beh a cena proprio no ma mi piacerebbe uscire a bere una birra e spiegare ancora che non sono un assassino. Che non ho ucciso Corrado Pianca e Paola Longo».
Lil.Alb.

Ultimo aggiornamento: 11 Luglio, 11:51 © RIPRODUZIONE RISERVATA