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Passioni e solitudini di Alessandra Graziottin

Dietro ai nostri giovani ci sono famiglie "arco" o "gabbia"

Quale famiglia c'è dietro un giovane che non studia, non lavora, non sta facendo uno stage, ossia un periodo di formazione professionale degno del nome? Che non legge, se non messaggi irrilevanti sui social? Che non scrive, se non frasi sincopate da piccolo cabotaggio dell'esistenza, per le quali è sufficiente un gruppetto di neuroni, mentre triliardi di magnifiche cellule nervose si avviliscono e muoiono, senza stimoli e senza progetti di vita capaci di accendere un entusiasmo così intenso da non far dormire per l'eccitazione? Che non fa alcuna attività fisica, che almeno lo ancorerebbe di più alla verità del corpo e della vita, anche senza arrivare allo sport agonistico? Muoiono ancora più rapidamente, quei magnifici neuroni, desolati e avviliti, se intossicati da alcol, droghe, fumo, in una fase della vita in cui è massima la loro vulnerabilità a sostanze così velenose per la salute del cervello e così banalizzate.

Di certo questi ragazzi e ragazze non hanno alle spalle una famiglia arco, che li abbia incoraggiati a scoprire i propri talenti, usandoli, e a provarsi così con le diverse difficoltà della vita, a seconda dell'età. Che li abbia stimolati a fare, a scoprire, a provarsi con le cose, a usare le mani e il cervello sia nei piccoli lavori quotidiani, anche in casa, sia in uno sport o in un'attività che li possa appassionare fin da piccoli. Che sia suonare uno strumento, cantare, dipingere, cucinare, studiare gli animali, ballare, coltivare fiori o quant'altro rappresenti una scoperta, una sfida, un modo per sperimentarsi. E a farlo con costanza e impegno, senza arrendersi alla prima difficoltà: le 10.000 ore di pratica necessarie per volare in qualsiasi disciplina dicono bene per quanto tempo sia necessario impegnarsi per ottenere un risultato nella vita.

Spontaneismo e genialità a prescindere da una pratica rigorosa non portano da nessuna parte. La famiglia arco non incolpa ogni volta l'insegnante, l'istruttore o la maestra di turno, ma cerca un dialogo costruttivo con le altre figure centrali per la crescita perché il figlio/a possa fare della difficoltà un'opportunità per un passo avanti, sia interiore, sia nella crescita in quella disciplina. Che può durare fino a diventare un pilastro portante della vita o concludersi come esperienza, grazie alla quale comunque ogni bambino e ogni adolescente può scoprire qualcos'altro di sé e di come stare al mondo. E' questo l'obiettivo di quella educazione concertata (concerted cultivation) più probabile, ma non certa, nelle famiglie colte e benestanti.

Le famiglie gabbia, indipendentemente dal reddito, hanno denominatori precisi: il primo e più diffuso è un'iperprotettività asfissiante, chiamata amore. Parola ambigua, luminosa e oscura, usata per coprire di un manto dorato anche i comportamenti più distruttivi. L'amore palude, che fa affondare talenti e futuro, non fa rumore, ma può essere fatale. Secondo, un'inerzia progettuale, un'accidia esistenziale, spesso anche nella vita personale. Terzo, la rassegnazione a orizzonti ristretti.

Essere genitori maieutici, capaci di far emergere i talenti dei figli, richiede fatica, impegno, capacità di mettersi a propria volta in discussione. Capacità di condividere tra padre e madre, insieme o da separati, uno stile educativo. Capacità di dire di no, di motivarlo e farlo rispettare. A cominciare dall'uso limitato dei social, dal rispetto degli orari e delle regole base dell'educazione. Ma se i genitori per primi non le hanno, dove le apprendono i figli?
Già prima di concepire un figlio, ma certamente dopo la sua nascita, i genitori dovrebbero chiedersi: che famiglia vogliamo essere? Gabbia o arco? In questa ricerca, ciascun membro della coppia ha l'opportunità e lo stimolo per ripensarsi, per riaprirsi a nuove possibilità e opportunità, senza chiudersi nella ripetitività del quotidiano. Il lavoro non mi soddisfa, perché magari anch'io ho avuto una famiglia gabbia? Cerco di vedere quali opportunità concrete ho di cambiare, magari cominciando a studiare sul serio una lingua straniera. Leggo qualcosa che mi stimoli a pensare. Rimetto in moto il corpo e la mente con il camminare quotidiano. Smetto di avvelenarmi con alcol e schifezze. Mi rimetto in pista nella vita personale. Ricomincio da me, per essere anche un genitore migliore. Meglio se la coppia riesce a dire, come a volte vedo con soddisfazione: «Ricominciamo da noi». Un interrogarsi costruttivo e dinamico, per una vita personale più stimolante e soddisfacente e uno stile familiare che sappia essere arco per i figli.

www.alessandragraziottin.it

Lunedì 10 Dicembre 2018, 12:10
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