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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Venezia 74 giorno 5. Genitori e figli nel mondo
​Ma il Virzì americano sbanda alla prima curva

Ci sono film abbastanza modesti, riscattati da interpreti superlativi che li fanno apparire meglio di quanto siano. Ieri la possibilità si è avverata per ben due volte: con “The leisure seeker” e “Victoria & Abdul”. Ci sono invece buoni film con buoni attori, come “La villa”, già più semplici da spiegare.

Paolo Virzì, primo regista italiano a scendere in gara per il Leone, va per la prima volta in America prendendo un romanzo di Michael Zadoorian sulla bizzarra scelta di due anziani di salire sul loro vecchio camper (Leisure seeker, il soprannome del veicolo) per arrivare a Key West e visitare la casa di Hemingway, perché lui è un professore e ama alla follia questo scrittore. Entrambi sono malati e lui perdipiù ha vuoti improvvisi di memoria, ma decidono di andare alla riscoperta di quei viaggi che li avevano resi felici negli anni ’70 (colonna sonora ad hoc, da Carole King in apertura a Janis Joplin in chiusura) e che ora rivivono attraverso le diapositive.
Va subito detto che non è una “pazza gioia” americana: le situazioni sono completamente diverse e manca lo spirito anarchico precedente. Va aggiunto anche che Helen Mirren e Donald Sutherland sono magistrali e che dopo mezzoretta, quando il film ha esaurito ogni sorpresa o scatto inatteso, diventano l’unica ragione (pur non indifferente) per cui valga la pena di seguire questo road movie, che lascia sfocata l’America, i suoi paesaggi, la sua vita, riflessa solo in siparietti sprecati nella loro rapidità o reiterati quando sembrano funzionare (come le tre serate di diapo, troppe). Un po’ come accadde a Sorrentino, a Virzì manca la forza di accompagnare il senso del viaggio interiore dei due anziani con un mondo che non rappresenti solo uno sfondo anonimo o banalmente turistico. E certo non bastano un comizietto pro Trump o le comande in una delle tante stazioni di ristoro lungo la strada. Calcolando che a scrivere la sceneggiatura sono stati in quattro, un po’ poco. Voto: 5.5.
Nonostante sia un fiume di parole, è più riuscito l’altro film in concorso (“La villa”), altro racconto di padri e figli, anziani malati (qui un ictus iniziale) e vecchie coppie che decidono di farla finita. A questo proposito è notevole la differenza in termini di tempi e di scrittura (entrambe le coppie lasciano un biglietto d’addio), tutta a favore del film del francese Robert Guédiguian. Siamo vicino Marsiglia, dove tre figli accorrono dal padre morente. Ne esce una specie di bilancio della vita, che va da “Il grande freddo” a “È solo la fine del mondo”, dove tutto ruota attorno a una figura che disegna un’atmosfera di disillusione e rimpianti, riscattata nel finale quando tre bambini migranti trovati per caso sembrano ridare slancio e speranza. Volutamente âgé, con tanto di richiamo a un suo vecchio film sulla medesima baia e tre medesimi protagonisti (“Ki lo sa?”, 1985), paga forse un po’ un impianto teatrale, ma non parla mai a vanvera e conserva un sincero spirito politico di sinistra. Voto: 7.
Infine, fuori concorso, ecco “Victoria & Abdul” di Stephen Frears, che puntava a rinnovare i risultati notevoli di “Philomena”. Invece qui la bizzarra storia tra la regina d’Inghilterra e un servitore indiano, che fece tremare la Corte Reale alla fine dell’Ottocento, non ha lo stesso mordente e nemmeno lo stesso soggetto forte. Certo restano la simpatia per una relazione così sparigliata e la meravigliosa prova di Judi Dench, ma Frears non va oltre una fragile imbastitura di situazioni stravaganti con il minimo di irriverenza nei confronti di Buckingham Palace e uno sguardo stereotipato sulle abitudini musulmane. Voto: 5.

Lunedì 4 Settembre 2017, 07:42
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