Alex Zanardi: «C'è sempre un altro traguardo, ecco cosa mi ha insegnato lo sport»

Giovedì 30 Novembre 2017 di Nicola Munaro
Alex Zanardi (a destra) con il direttore del Gazzettino Roberto Papetti
PADOVA - «Lo sport è veramente una metafora della vita, ti spinge a dare sempre qualcosa di più». Lo ripete in ogni frase Alessandro, Alex, Zanardi. Da pilota di Formula Uno con alti e bassi a emblema di quanto di più alto ci possa essere con i suoi quattro ori olimpici, i dieci mondiali e un Ironman sotto le nove ore, primo paratleta della storia. Lui che, citato da tre presidenti della Repubblica, gioca a non prendersi troppo sul serio intervistato in sala Rossini del Pedrocchi dal direttore de Il Gazzettino, Roberto Papetti, in occasione delle celebrazioni per i 130 anni del quotidiano del Nordest.



Zanardi però fa sul serio nello spiegare come tutto sia cambiato in un attimo quel 15 settembre 2001 al Lausitzring (Germania) dove un testacoda infernale gli costò le gambe e poteva presentare un conto più salato. E da quell'incidente è ripartito, trasformandolo nella più grande occasione della sua vita. «Ho fatto quello che ho fatto perché si poteva tentare ha raccontato Zanardi - Io sono appassionato della possibilità dei tentare ragionando. Me lo diceva sempre mio padre di appassionarmi a quello che facevo. E così è stato anche dopo l'incidente. Quando ho riaperto gli occhi ho applicato la stessa curiosità con cui preparavo lo sport: ragionare sul da farsi, mettendo in testa il problema principale».
 
LA VITA, UNA SFIDA
Una vita non facile ma vissuta sempre a pieno, con lo sport a fare da compagno fedele di ogni giornata. Quello sport che lo ha salvato da un'adolescenza di ragazzo schivo. Uno sport che «ha fatto di me la miglior persona che potevo diventare». «Spesso vado all'incasso di più complimenti di quanti ne meriti, a volte sono in imbarazzo. Non mi sento un esempio per nessuno, io faccio il mio ed è quello che ognuno dovrebbe cercare di fare. Tutto quello che nella vita può essere dilatato, nello sport si concentra in un minuto. Con lo sport ho potuto astrarmi dalla mediocrità che avvertivo». Con la vera svolta che arriva a quindici anni, quando «chiamarsi Zanardi non era facile. Adesso lo è un po' di più: la gente si appassiona a ogni cosa che faccio e mi segue. Prima ero da solo con il mio sogno di diventare pilota». La Formula 1, appunto. Il grande circo e le luci più delle ombre.

Un rapporto tormentato, una sconfitta personale («non saprei come altro chiamarla») che però gli ha permesso di incrociare la pista con mostri sacri come Michael Schumacher. «Lo conoscevo dai tempi dei kart e lì vincevo io. Poi lui ha fatto la storia dell'automobilismo, io diciamo che ho corso le gare in cui correva anche lui». Ci scherza su Zanardi, nel rivendicare però con orgoglio quello che per tutti è ancora il sorpasso: Laguna Seca, curva del Cavatappi, 1996. «Come dire, cogli l'attimo ha ricordato il quattro volte campione paralimpico - Io in quella gara avevo fatto la pole e dominavo fino a un problema al pneumatico. Dopo i box ero secondo ma volevo vincere. Bryan Herta era più lento di me ma superare in quel percorso era difficile. Ho aspettato l'ultimo giro, lui forse ha pensato di aver vinto e ha alzato il piede. Io mi sono buttato al Cavatappi e ho reso possibile ciò che era impossibile».



LA FAMIGLIA

Una metafora che si plasma a perfezione sulla vita di Zanardi, bolognese di nascita e padovano d'adozione. Ma da cui lui prende le distanze: «Io non sono così, io ragiono sulla possibilità di fare una cosa. Non mi butto alla cieca, ma calcolo. Se c'è chi mi dice che è impossibile ma i miei calcoli mi danno ragione, io ci provo. Me lo ha insegnato mio padre». Un tema che ritorna sempre, quello della famiglia. «Ho avuto sette arresti cardiaci e 50 minuti di volo disperato con un litro di sangue in corpo ha spiegato, riannodando i fili della memoria - Quando mi sono svegliato è stato un miracolo, magari è stato merito anche delle tagliatelle bolognesi di mia madre... Mia moglie Daniela? È una donna meravigliosa. Mi ha fatto trovare la macchina quando sono tornato a casa, mi ha permesso di non fermarmi».

Così Zanardi è ripartito, mettendo adesso nel mirino le paralimpiadi giapponesi di Tokyo 2020 e il ritorno in macchina a gareggiare. Perché va bene tutto il resto, ma quando con la passione dei motori ci nasci, è dura chiudere. «Con la Bmw sto provando a preparare una macchina per una gara. So che i fatti mi smentiscono, ma non me la sono andata a cercare. L'unicità di quanto accaduto dà più forza al mio ragionamento. La mia è stata sfortuna. Spesso facciamo incidenti stupidi col telefonino ma non uscire più di casa perché ci ha colpiti un fulmine è rinunciare a vivere».

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