Russia, così la propaganda ha fatto breccia in Italia: social, partiti e università

La Ue: dal 2014 solo nel nostro Paese segnalate 200 azioni di disinformazione

Martedì 10 Maggio 2022 di Francesco Malfetano
Social, partiti e università. Così la propaganda russa ha fatto breccia in Italia
3

La guerra scatenata dalla Russia in Europa non è fatta solo di bombe, carri armati e sirene che suonano nella notte. Quella messa in piedi dal Cremlino è un’operazione ben più complessa che, spesso, pare convergere sull’Italia per esprimere il massimo della sua forza. Stabilirlo non è semplice, ma per accorgersene basta accendere la tv ad una qualsiasi ora del giorno, fare un giro sui social oppure anche tornare con la mente al video-collegamento con cui il presidente ucraino Volodymyr Zelensky si rivolse a marzo ad un Parlamento italiano mezzo vuoto. In pratica nella Penisola sta succedendo qualcosa. E a dirlo non sono solamente gli allarmi lanciati negli ultimi mesi dalla stampa, dal premier Mario Draghi o dal Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir) che sospetta un’ingerenza diretta nei talk show nostrani, ma è soprattutto l’Unione Europea. Specie dopo l’intervista rilasciata dal ministro degli Esteri russo a Rete 4 la scorsa settimana, a Bruxelles sembra essersi acceso un faro sull’Italia. Tant’è che l’Ue ha già richiamato all’ordine le tv di casa nostra, colpevoli di scelte editoriali che - un’ospitata alla volta - starebbero eludendo le sanzioni imposte alle emittenti di proprietà di Mosca per limitarne le fake news. 

Cina contro Stati Uniti: «Ossessionati da forza ed egemonia, stop a logica da Guerra Fredda»

Finanziamento occulto

Non solo, con una task force apposita (la East StratCom) i Ventisette hanno anche delineato le modalità con cui la propaganda russa si è insinuata nel Vecchio Continente arrivando a contare oltre 13.831 casi di disinformazione, di cui almeno 200 direttamente indirizzati all’Italia. In primis però, l’azione del Cremlino si articola «attraverso operazioni di finanziamento occulto» volte a ottenere pesanti «ingerenze durante i processi elettorali». Cioè paga per aggravare la frammentazione sociale e minare la legittimità delle autorità europee e nazionali. Come si legge nella risoluzione varata il 9 marzo scorso infatti, «Russia, Cina e altri regimi autoritari hanno distribuito più di 300 milioni di dollari in 33 paesi per interferire con i processi democratici». Ad esempio sono stati rilevati contatti «stretti e regolari tra funzionari russi e i rappresentanti di un gruppo di secessionisti catalani in Spagna, nonché tra funzionari russi e il più grande donatore privato per la campagna a favore del recesso del Regno Unito nel referendum sulla Brexit». In Italia? L’attenzione è sulla Lega che «ha firmato accordi di cooperazione con il partito Russia Unita del presidente russo Vladimir Putin» e su altri «partiti estremisti, populisti e antieuropei» che ora devono rispondere al dubbio che abbiano accettato finanziamenti dalla Russia. Un’influenza innegabile che, tra Montecitorio e Palazzo Madama, potrebbe ravvisarsi in una parte di coloro che respingono costantemente l’invio di armi in Ucraina e contrastano i piani del governo di aumentare le spese militari. 

Guerra nei Balcani? Le minacce separatiste in Bosnia e le paure dell'Ue: «Mosca può colpire»

 

I social

Guardando ai social invece, “l’esplosione” della propaganda russa è forse riassumibile in un numero: il giorno dell’invasione dell’Ucraina su Twitter sono stati creati su territorio russo ben 38 mila account. Quasi il triplo del giorno precedente. Ma la propaganda online non è affidata solo a nuovi profili. È anche cambiata l’attività social dei profili ufficiali delle Ambasciate di Mosca. Al fine di aggirare il sistema di verifiche messo in piedi da Facebook o da Instagram, i canali diplomatici hanno svestito i panni istituzionali - e spesso forti della spunta blu assegnata dalle piattaforme - per diventare il veicolo prediletto di fake news e analisi pensate per instillare il dubbio, magari scatenando un’ondata di commenti a suo favore. Tant’è che Bruxelles il 23 aprile scorso, all’interno del Digital services act, ha inserito un meccanismo che, in caso di disinformazione, attribuisce alla Commissione la possibilità di adottare sanzioni anche contro le piattaforme social. Si tratta però solo di una delle tante iniziative già avviate dall’Ue per far fronte alla cosiddetta guerra ibrida, anche in ambito operativo (su tutte l’istituzione di un team in grado di rispondere immediatamente agli attacchi cyber in Ucraina coordinato dalla Lituania).

Cina minacciata da Anonymous: «Non fate stupidaggini a Taiwan». Portaerei Liaoning a rischio sabotaggio


Peraltro, facendo un passo indietro, la “strategia delle ambasciate” fa il paio con un report del governo britannico che sostiene come sia diminuita la produzione di fake news in favore di un massiccio aumento delle reazioni ai post sui social. La famosa ex fabbrica di San Pietroburgo in cui si ritiene vengano sviluppati da anni gran parte dei “bot” al lavoro per il Cremlino è in piena attività. Ma oltre a creare profili falsi i dipendenti hanno il compito di reclutare e mobilitare una rete più ampia di sostenitori, sia all’interno del Paese che all’esterno, specie nell’Est Europa. Secondo il giornale russo Fontanka, il gruppo offre 45.000 rubli al mese (quasi 600 euro) per pubblicare 200 commenti al giorno sui social network.

Oligarchi russi, l'ex manager Alexander Subbotin muore avvelenato durante seduta con lo sciamano: gli hanno iniettato veleno di rospo

Il fronte però non è solo politico o social-televisivo, ma anche culturale. «Il Cremlino utilizza diffusamente la cultura, compresa la musica popolare, i contenuti audiovisivi e la letteratura, come parte del suo ecosistema di disinformazione». Ma pure per la cooptazione di funzionari pubblici di alto livello e di ex politici europei utilizzata dalle imprese straniere collegate al Cremlino (come l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder al servizio della Gazprom). Infine il focus è sulle università e non è solo relativo alla Russia ma anche alla Cina. Tant’è che l’Unione mette nero su bianco la preoccupazione «per il numero di università, scuole e centri culturali europei impegnati in partenariati con soggetti cinesi, compresi gli Istituti Confucio (in Italia sono 12 ndr), che consentono il furto di conoscenze scientifiche e l’esercizio di un rigido controllo su tutti gli aspetti relativi alla Cina nel settore della ricerca e dell’insegnamento».

Ultimo aggiornamento: 09:49 © RIPRODUZIONE RISERVATA

PIEMME

CONCESSIONARIA DI PUBBLICITÁ

www.piemmeonline.it
Per la pubblicità su questo sito, contattaci