L'ex 007 dello Shin Bet israeliano: «Così si sventano gli attentati»

Lunedì 18 Settembre 2017 di Gianluca Perino
Un campo di addestramento di Hamas
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TEL AVIV - Settanta attentati sventati soltanto nei mesi di luglio e agosto, oltre duecento dall’inizio del 2017 e quattrocento nel 2016. Sono questi i numeri della guerra al terrore che Israele combatte tutti i giorni sul proprio territorio. Una guerra che Gerusalemme cerca di vincere anticipando le mosse del nemico, “ascoltando” le voci che arrivano dalle aree più pericolose e monitorando con unità speciali i soggetti sospetti (in alcuni casi individuati grazie alle segnalazioni di comuni cittadini). Queste operazioni non vengono raccontate fino in fondo, anche per coprire chi le ha rese possibili, ma proprio in questi giorni sono servite a fermare kamikaze, attacchi con coltelli e kalashnikov e rapimenti di cittadini israeliani. E, naturalmente, a salvare decine di vite. «Bisogna cercare di stare sempre un passo avanti», dice Adi Carmi, ex 007 dello Shin Bet con un lungo curriculum nell’esercito (ha comandato raid in Libano e nella Striscia di Gaza) e in passato anche capo della sicurezza di alcune ambasciate israeliane, tra le quali quella di Ankara.

IL CAMBIO DI MENTALITA’
In Europa sono molti a guardare al “sistema” israeliano ora che l’emergenza terrorismo è diventata una costante anche nel Vecchio Continente. L’attacco di venerdì nella metropolitana di Londra, quello nel cuore di Barcellona, e prima ancora Manchester e Parigi, raccontano la realtà di un estremismo islamico in espansione, che pur non essendo sempre “fisicamente” legato all’Isis si nutre dei messaggi che arrivano dagli strateghi della comunicazione del califfato. «Ci sono soltanto due possibili scenari - spiega Carmi - e in entrambi i casi il nostro obiettivo è arrivare prima dell’attacco. Di fronte a gruppi terroristici “tradizionali”, se hai una buona intelligence la possibilità di far saltare i piani dei terroristi è sicuramente alta. Di solito i jihadisti commettono degli errori o, comunque, utilizzano smartphone, computer, tablet e altri sistemi che possiamo intercettare. Lo stesso discorso vale in presenza di una rete che si muove sul territorio, che  importa armi ed esplosivo o che è comunque costretta a spostamenti nelle città: anche in questo caso possiamo riuscire a fermarli in tempo. E lo abbiamo già fatto, noi come le polizie di altri paesi europei. Ma questo scenario potrebbe non essere più prevalente, perché in realtà il mondo del terrore è cambiato».
E la differenza la stanno facendo i social: «Ormai l’Isis diffonde messaggi su internet, gira film, realizza dei veri e propri spot pubblicitari per diffondere l’estremismo islamico. Così è diventato tutto più complicato, perché chiunque può decidere autonomamente di farsi saltare in aria o di fabbricare una bomba semplicemente consultando qualche tutorial sul web e, cosa fondamentale, senza avere legami diretti con cellule di jihadisti che possiamo individuare. Per fermarli siamo quindi costretti a fare di più - prosegue Carmi (nella foto qui sotto). La nostra salvezza è rappresentata dalla capacità di cambiare mentalità e strutture, magari anche qualche legge: dobbiamo pensare come loro, vivere come loro, infiltrare i loro ambienti. Servono agenti che parlino arabo perfettamente, che studino il Corano in modo maniacale, che riescano a capire cosa accade realmente nelle moschee dove si predica quell’odio che poi arma i terroristi improvvisati. Le intercettazioni sono importantissime, ma quando le ascoltiamo dobbiamo essere in grado di comprendere, fino in fondo, tutte le sfumature che contengono. Altrimenti corriamo seriamente il rischio di perdere questa guerra».



LE NUOVE LEGGI E LA CATENA DI COMANDO
Secondo Adi Carmi, nella lotta al terrorismo una delle questioni cruciali è rappresentata dalle leggi che regolano i poteri delle forze di polizia. Nel 2002, dopo che negli anni Novanta una lunghissima serie di attentati travolse Israele, il governo decise di mettere mano alle vecchie regole, dando più potere a Mossad, Shin Bet e polizia (fece molto discutere la possibilità di interrogare i sospettati di terrorismo senza controlli video o audio) e accorciando notevolmente la catena di comando per arrivare ad una capacità di reazione più veloce. «L’antiterrorismo non può perdere tempo - spiega Carmi - se
dobbiamo fare un’operazione sperando di avere successo non possiamo aspettare l’ok di tutti i comandanti, dei vice-ministri, dei ministri e chissà di chi altro ancora. Quindi Israele decise di unificare i vertici dell’intelligence, che adesso rispondono direttamente al primo ministro. E basta».

IL NODO DEI MIGRANTI
L’Europa, con l’Italia in prima fila, sta attraversando un momento difficile per la gestione degli enormi flussi di immigrati. E il dibattito sull’accoglienza è spesso molto acceso a causa del timore, in qualche caso fondato viste alcune espulsioni recenti, che con i barconi possano anche arrivare dei terroristi. «Naturalmente - sostiene Adi Carmi - i diritti umani sono al primo posto. Ma se devo occuparmi della sicurezza del mio Paese, devo sapere tutto: chi sono, da dove vengono, quali contatti hanno, dove stanno andando, dove vanno a dormire. Arrivano a milioni, e tra questi volete che non ci sia qualche potenziale pericolo? C’è poi il ruolo delle moschee. Vengono costruite in tutte le città, sempre di più, ma sono luoghi chiusi, non aperti. Non sappiamo cosa succede lì dentro. E questo non va bene. Perché l’estremismo islamico passa proprio da quei posti, proprio come a Bruxelles o a Malmo, altra polveriera della quale non si parla granché. Il problema è che le nostre democrazie devono essere nette quando si parla di integrazione: diritti sì, ma rispetto totale delle nostre regole. Il terrorismo vuole distruggere le nostre vite, colpire alla base i sistemi economici dei Paesi, minare le nostre certezze quotidiane. E per sconfiggerlo dobbiamo essere pronti a tutto, anche a cedere piccole sfere della nostra privacy».

Ultimo aggiornamento: 19 Settembre, 09:10 © RIPRODUZIONE RISERVATA