Chi sono Rohingya, minoranza perseguitata in Myanmar. Save the Children: "Donne e bimbi bruciati vivi"

Mercoledì 29 Novembre 2017
Chi sono i Rohingya, minoranza perseguitata in Myanmar. Save the Children: "Donne e bimbi bruciati vivi"
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Rohingya, oggetto di una feroce repressione dal Myanmar, l'ex Birmania, sono un gruppo etnico, di religione islamica, che parla il rohingya, una lingua indoeuropea del ramo delle lingue indoarie, strettamente legata alla lingua chittagong e più alla lontana alla lingua bengalese. La loro origine è molto discussa: alcuni ritengono indigeni dello stato di Rakhine (noto anche come Arakan o Rohang in lingua Rohingya) in Birmania, mentre altri sostengono che siano immigrati musulmani che, in origine, vivevano in Bangladesh e che, in seguito, si sarebbero spostati in Birmania durante il periodo del dominio britannico.

RAPPORTO CHOC DI SAVE THE CHILDREN. Donne e bambini bruciati vivi, stupri diffusi e una cisterna piena di corpi senza vita. Sono solo alcuni degli orrori che emergono dalle testimonianze strazianti dei bambini Rohingya in fuga dal Myanmar, raccolte nel nuovo rapporto di Save the Children «Gli orrori che non dimenticherò mai». Il rapporto, che contiene le testimonianze di donne e bambini raccolte dal personale di Save the Children in Bangladesh, restituisce un'immagine inquietante della violenza sistematica, degli stupri e degli sgomberi forzati di cui sono stati vittime moltissimi dei 600.000 Rohingya, di cui almeno il 60% bambini, che si sono rifugiati in Bangladesh dal 25 agosto scorso.

«Alcuni soldati hanno preso me e altre due ragazzine e ci hanno portato in una casa. Mi hanno colpito in faccia con un fucile, mi hanno preso a calci sul petto e mi hanno pestato braccia e gambe. Poi sono stata stuprata da tre soldati. Hanno abusato di me per circa due ore e in alcuni momenti sono svenuta», ha raccontato allo staff di Save the Children in Bangladesh, Shadibabiran (nome di fantasia), una ragazzina di 16 anni. I soldati le hanno spezzato una costola. «Mi faceva molto male e a stento riuscivo a respirare. Anche ora ho difficoltà respiratorie, ma non sono andata da un medico perché provo troppa vergogna», ha raccontato. Hosan, 12 anni, è fuggito dal suo villaggio verso il Bangladesh dopo che i militari hanno cominciato ad aggredire le persone con i macete. Durante la fuga, Hosan si è fermato in un villaggio abbandonato nella speranza di trovare cibo e acqua. «A un certo punto mi sono avvicinato a una cisterna e ho visto che dentro c'erano almeno 50 corpi senza vita che vi galleggiavano. Non riesco a togliermi dalla testa la vista di quei corpi gonfi né l'odore di bruciato delle case date alle fiamme. Sono orrori che non dimenticherò mai», è la sua testimonianza.

Ultimo aggiornamento: 14:28 © RIPRODUZIONE RISERVATA