Elezioni, cosa succede dopo il voto? Dalla vittoria larga del centrodestra allo stallo: i tre scenari

Dal via libera al presidenzialismo alle larghe intese: che può accadere dopo il 25 settembre

Mercoledì 7 Settembre 2022 di Francesco Malfetano
Elezioni, cosa succede dopo il voto? Dalla vittoria larga del centrodestra allo stallo: i tre scenari

Il 25 settembre si vota. In base al responso delle urne si aprono tre scenari: dalla vittoria larga del centrodestra, alla coalzione Meloni-Salvini-Berlusconi che non sfonda, fino al testa a testa FdI-Pd con pareggio in Senato. Ecco cosa può succedere.

PRIMA IPOTESI
Il centrodestra
stravince, via libera
al presidenzialismo

L’assunto in questo caso è piuttosto semplice: Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi Moderati ottengono un consenso tale da superare la soglia dei 2/3 dei parlamentari in ciascun ramo del Parlamento. Costituzione alla mano, possono avviare l’iter per una revisione costituzionale senza dover passare per le forche caudine del referendum confermativo, già fatale per Matteo Renzi nel 2016 e Silvio Berlusconi dici anni prima. Tradotto: Meloni potrà portare a casa agevolmente quella che considera «la madre di tutte le riforme», il presidenzialismo. Idem per la cosiddetta autonomia differenziata. Non solo. La coalizione avrebbe carta bianca (coperture finanziarie permettendo) nel portare a casa le tante promesse elettorali della coalizione: dalla flat tax a quota 41, fino alla rinegoziazione del Pnrr e alle misure contro l’immigrazione. 

Non a caso questo scenario (oggi considerato piuttosto «improbabile» dai sondaggisti, tra cui il direttore di YouTrend Lorenzo Pregliasco), è lo scenario da «incubo» prospettato ieri da Enrico Letta ai suoi. Con un risultato simile infatti, inevitabilmente il Partito democratico finirebbe molto staccato da FdI nel testa a testa per la corsa a prima forza politica (per Swg al momento sono divisi di 3,5 punti, con Meloni avanti). Vale a dire che la leadership di Letta non avrebbe portato ai risultati sperati e, quindi, può essere messa in discussione. Al Nazareno infatti, c’è già chi agita il fantasma di un nuovo Congresso, con il vice Peppe Provenzano e il governatore emiliano Stefano Bonaccini considerati in pole position. 


D’altro canto con un risultato di questo tipo anche il Terzo polo avrebbe mancato i suoi obiettivi di offrirsi come alternativa moderata e riformista (strappando consensi ad FI). E non è escluso che il progetto Italia sul serio vada rivisto del tutto, con i «caratteri forti» di Carlo Calenda e Matteo Renzi che rischierebbero di far implodere tutto. Discorso differente per Giuseppe Conte. La campagna elettorale condotta fino a questo momento lo sta premiando e, non è da escludere, che anche in uno scenario in cui il centrodestra fa “cappotto”, possa uscirne rafforzato rispetto a qualche mese fa, con un 14-15% e un Movimento depurato dai suoi oppositori interni. 
 

SECONDA IPOTESI
Giorgia, Silvio e Matteo
non sfondano
Rischio turbolenze tra gli alleati

La partita post elettorale rischia di diventare più complessa qualora la marea blu di FdI dovesse essere un fenomeno solitario. È quasi un paradosso ma se né Lega né Forza Italia riuscissero a rispettare le aspettative, finendo rispettivamente sotto il M5S e Azione/Italia Viva, Giorgia Meloni si troverebbe in una posizione di forza tale da indebolirla.  Non solo perché otterrebbe in questo modo una maggioranza poco ampia (220-25 deputati e 110-15 senatori) che renderebbe complessa la vita dell’esecutivo, quanto perché la leader dovrebbe fare i conti con almeno due pulsioni alternative. Da un lato Salvini che, nel tentativo di recuperare consensi, potrebbe spingere spesso la leader FdI a mettersi le mani nei capelli come avvenuto a Cernobbio. In secondo luogo una vittoria della sola Meloni, potrebbe non essere vista di buon occhio da Ue e Nato. 


Posto quindi che la possibilità più realistica in questo momento vede una maggioranza più ampia di quella che causerebbe questo tipo di reazione (con circa il 46% delle preferenze alla coalizione), nello scenario “problematico” per il centrodestra è determinante il ruolo di Enrico Letta. Che pur sembrando marginale rispetto al fronte alternativo (sono M5S e Terzo polo ad aver scombinato le carte), sarebbe riuscito nell’intento di non farsi staccare troppo nel testa a testa di FdI, ottenendo quindi la possibilità di condensare attorno al suo Pd l’opposizione.

TERZA IPOTESI
Testa a testa FdI-Pd
e pareggio al Senato
L’idea larghe intese

C’è poi lo scenario preferito del centrosinistra: il Pd “pareggia” con FdI, o comunque ne limita l’ascesa da primo partito. Un quadro neanche troppo distopico dato che, secondo il Nazareno, per dipingerlo basterebbe strappare «il 4% in più» dei consensi e, quindi, 62 seggi oggi considerati contendibili al centrodestra. In pratica Enrico Letta, con uno sforzo sostenibile, riuscirebbe a contenere il centrodestra a “soli” 105 seggi in Senato, strappando un pareggio che azzopperebbe il futuro governo. Una maggioranza risicatissima che peraltro rischierebbe di esplodere da un giorno all’altro per le intemperanze ancora più acuite di Salvini e Berlusconi. Il risultato però sarebbe chiaramente frutto anche di un exploit di Movimento 5 stelle e Terzo polo. E quindi a quel punto, considerando la fase economica delicatissima che attende il Paese, non potrebbe escludersi il ritorno a ciò che Carlo Calenda chiede sin dall’inizio della campagna elettorale. Ovvero un governo di larghe intese, simile in qualche modo all’esecutivo guidato da Mario Draghi o - come spera il terzo polo - proprio dal premier attuale.

Ultimo aggiornamento: 24 Settembre, 12:14 © RIPRODUZIONE RISERVATA