Il commento/ Il sistema drogato e le squadre che non “pagano” mai

Giovedì 1 Dicembre 2022 di Guido Boffo
Il commento/ Il sistema drogato e le squadre che non pagano mai

Sono trascorsi 16 anni da Calciopoli e la Juventus si trova al centro di una nuova inchiesta che, per stessa ammissione di un dirigente intercettato, non sarebbe meno grave di quella che portò alla retrocessione del club in serie B. La collusione con il sistema arbitrale era figlia della tracotanza e di un sentimento di impunità talmente forte che nemmeno il “così fan tutti“ (e in effetti anime candide ce n’erano poche) resse alle evidenze dei fatti. 

Questa volta al centro delle indagini ci sono i bilanci di una società quotata in Borsa che dovrebbe fare della trasparenza un dogma e, a quanto sostengono gli inquirenti, ha deciso invece di manovrare nell’opacità. Sono accuse da dimostrare, la presunzione di innocenza non può essere questione di tifo, ma se verranno confermate sono pesantissime: plusvalenze gonfiate, debiti nascosti, scritture parallele per il pagamento degli stipendi ai calciatori. In definitiva, la Juventus avrebbe truccato la partita con il mercato del calcio e soprattutto con quello degli investitori.

Che non sia il solito maquillage, lo dimostrano le dimissioni di Andrea Agnelli e del Cda. Ma la campana non suona solo per i dirigenti bianconeri. Dovrebbe suonare anche per un sistema che a dispetto del conclamato fair play finanziario non è riuscito a stabilire condizioni di concorrenza corrette ed effettive, un sistema dopato che ha permesso ai fondi sovrani arabi di trasformare il calcio in una poderosa leva geopolitica, ai magnati di ogni risma e latitudine di farne un’operazione autopromozionale senza limiti di spesa, a banche d’affari e fondi di investimento di spersonalizzare le proprietà e le gestioni con obiettivi speculativi.

Il contesto non è un alibi, ma aiuta a capire perché una società con 14 milioni di tifosi e ricavi per 443 milioni di euro (nonché 252 milioni di perdite secondo l’ultimo bilancio approvato) potrebbe aver superato la linea rossa, pur di rimanere competitiva con Real Madrid, Bayern Monaco, Paris Saint Germain e Manchester City, il salotto buono della Champions che garantisce contributi, incassi, appeal e in definitiva campioni, senza i quali il castello evidentemente crolla. 
E lo stesso infausto progetto della Superlega, del quale la Juve di Agnelli figurava tra i più convinti e agguerriti sostenitori, altro non era che una scorciatoia, contraria ai basilari principi di sportività ma utile a garantirsi un biglietto di sola andata per il paradiso dei conti. 

Il Financial Fair Play nasce nel 2009, con l’obiettivo di ridurre le distanze tra ricchi e poveri. Obiettivo fallito. Prevede tra l’altro il pareggio di bilancio, postula che i club non possano spendere più di quanto incassano, nella teoria vorrebbe mettere un freno alle ripetute ricapitalizzazioni dei presidenti mecenati. 
E da Moratti a Berlusconi, agli stessi Agnelli, non è che l’Italia ne sia stata sprovvista. Ma le regole hanno maglie larghe, e per i qatarioti che controllano il Psg e gli emiri che gestiscono il City è un gioco da ragazzi facoltosi far arrivare fondi freschi attraverso contratti di sponsorizzazione.
Secondo la Uefa, i club devono farcela da soli ma quando nel 2011 il Comune di Madrid decide di tornare in possesso dei terreni di Las Tablas, intorno allo stadio Bernabeu, valutandoli 22,7 milioni di euro rispetto ai 421 mila pagati tredici anni prima dal Real, molti comprendono che la squadra della Corona è per definizione in buona compagnia. 

In generale la Spagna ha sempre avuto un occhio di riguardo per i suoi gioielli, ne è la riprova la sentenza con cui nel marzo del 2021 la Corte di giustizia dell’Unione Europea ha riconosciuto come aiuto di Stato il regime fiscale privilegiato di cui avevano goduto Real, Barcellona, Osasuna, Athletic Bilbao.
Noi abbiamo avuto i nostri spalmadebiti, le plusvalenze allegrissime (un vizio che si rinnova) ma una squadra-Stato non ce l’abbiamo, perché siamo la patria dei campanili. Sono arrivati i cinesi, gli indonesiani, gli americani però i petrodollari e i fondi sovrani arabi, cioè il superattico, fanno campagna acquisti altrove. 
Il Qatar ci ha guadagnato un Mondiale. L’Arabia Saudita si sta attrezzando, sperando di ricevere in cambio gratitudine e soprattutto di sfilare l’Expo a Roma, e intanto offre una maglia e un tesoro a Messi e Ronaldo. Eccolo il simbolo dei guai della Juventus, la tentazione che ha fatto precipitare i bianconeri nel gorgo di un procedimento penale, di un altro sportivo e di una straordinaria caduta di immagine. Lui, CR7, lo spartiacque tra chi può permetterselo e chi si è illuso di poterselo permettere.

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