La scuola ferita/ Gli scioperi anacronistici che colpiscono solo i giovani

Venerdì 18 Settembre 2020 di ​Carlo Nordio
La notizia che la riapertura dell’anno scolastico sarà accompagnata dallo sciopero proclamato da alcuni sindacati di insegnanti e, quantomeno a Roma, da una paralisi dei trasporti urbani, può suscitare indignazione e forse anche rabbia. Ma soprattutto, secondo noi, desta incredulità. Tutti, dal Presidente della Repubblica al Pontefice, avevano predicato, o almeno auspicato, che “le bon usage des maladies” ci avrebbe resi cittadini più virtuosi e cristiani più solidali. 
E invece ora, dopo la primavera del nostro scontento e l’estate della rifiorita speranza, eccoci ripiombati nell’autunno cupo del conflitto sociale, reso più incomprensibile dalle pregresse sofferenze dei malati e dagli esempi eroici dei tanti che, anche sacrificando la vita, li hanno curati. 

Ora è ben vero che le ragioni degli insegnanti, soprattutto dei precari, sono in gran parte sacrosante. Si tratta di una categoria sedimentatasi nel tempo senza criteri, senza concorsi e senza programmazione, mal distribuita e peggio pagata. Molti di loro vengono periodicamente “delocalizzati” secondo misteriosi calcoli algoritmici, con il risultato che alcuni giorni fa una maestra di Padova è stata improvvisamente trasferita nel lontano Comelico e una sua collega del Comelico è finita sulla Riviera del Brenta.

Ciò con un’insopportabile offesa alla loro dignità e ancor di più al buon senso. Altrettanti docenti attendono trepidanti la riconferma o meno dell’incarico, temendo per la loro sicurezza economica e diffidando della credibilità delle istituzioni.

I presidi, infine, sono oberati dalle nuove incombenze per la prevenzione dei contagi, mentre su tutti grava lo spettro delle denunce penali, di cui già alcuni avvocati si son dichiarati promotori. In queste pagine abbiamo chiesto che il governo manifestasse la sua disponibilità a sollevare i suoi dipendenti dalle spese legali, ma l’appello è caduto nel vuoto. E potremmo continuare con questa geremiade, cui rinunciamo solo per mancanza di spazio.
Detto questo, ci domandiamo se lo sciopero sia l’arma più adatta per contestare, e contrastare, l’inerzia del governo e l’inefficienza della burocrazia. E la risposta non può essere che negativa. 

Lo sciopero, di per se stesso, è un residuo novecentesco che dimostra sempre più non solo i suoi limiti, ma anche la sua inefficacia. Strumento indispensabile nell’emancipazione delle masse lavoratrici nella civiltà industriale, esso si smorza a mano a mano che mutano le condizioni che ne avevano determinato la nascita e legittimato la disciplina. Fino a convertirsi, paradossalmente, nel suo contrario, quando viene proclamato per contestare la riduzione dell’orario di lavoro o la chiusura di una filiera: facendo cioè proprio quello che vuole l’imprenditore o, se si preferisce, il padrone. 

Ma questi sono dilemmi sui quali i sociologi contemporanei dibattono con fermo intelletto. Quello che invece oggi ferisce è l’incapacità di comprendere che l’interruzione delle lezioni (e dei trasporti) in presenza del coronavirus provocherà effetti ben diversi, e più gravi, di quelli fisiologicamente connessi all’esercizio del diritto di sciopero. Perché molte scuole entreranno in confusione per l’iniziativa di pochi e con grave danno di tutti. 
L’annullamento di alcune lezioni dovrebbe infatti comportare la distribuzione degli alunni in altre classi, o in alternativa il loro rientro a casa. Ma la prima è impossibile, per la necessità di garantire il distanziamento sociale; e il secondo sarà consentito solo a qualche privilegiato, perché non tutte le famiglie sono in grado di precipitarsi a raccogliere i figli abbandonati dai maestri. Una situazione insolubile sulla quale graverà ancora di più la minaccia della denuncia, perché una volta spedito il minore a scuola, questa, sciopero o no, ha il dovere di controllarlo e proteggerlo. 

L’unica alternativa, come ha suggerito il presidente dell’Autorità di vigilanza, è dunque la precettazione. Una scelta dolorosa, perché l’intervento coattivo è sempre una sconfitta anche per chi lo impone, e perché interviene in un settore, e in un momento, in cui avremmo preferito maggiore preparazione da parte dello Stato e maggiore responsabilità da parte dei sindacati coinvolti. Con l’aggiunta che se questo intervento autoritario non fosse accompagnato dagli opportuni rimedi alle tante pecche che abbiamo denunciato, esso sarebbe fonte di nuove tensioni e di nuove logoranti battaglie, dove la prima vittima sarebbe l’educazione dei nostri ragazzi, e quindi la sorte del loro e del nostro futuro.
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