Effetti collaterali/ Come il virus può favorire l’integrazione tra i Paesi Ue

Domenica 27 Settembre 2020 di Romano Prodi
Abbiamo tutti seguito con partecipato interesse le decisioni che hanno segnato un cambiamento della politica economica europea che, senza cadere nella retorica, possiamo definire storico. Dovremo quindi dedicare altrettanta attenzione alle azioni che si dovranno prendere per rendere concrete le decisioni contenute nel Next Generation Fund, dedicando una particolare cura a riflettere su come il nostro Paese le metterà poi in atto.

Ci sembra ora opportuno sottolineare come queste decisioni siano già affiancate da prese di posizione della Commissione Europea e degli Stati membri che rafforzano e rendono più credibile questo “nuovo corso” europeo. Sottolineo in primo luogo la decisione presa della Commissaria alla Concorrenza e vice Presidente della Commissione, Margareth Vestager, di ricorrere contro la Corte Europea. Con una precedente sentenza la Corte si era infatti opposta alla Commissione che obbligava la Apple a pagare all’Irlanda 14,3 miliardi di euro di imposte, dalle quali era stata esentata dalla legislazione irlandese. Un’esenzione studiata per attrarre in Irlanda gli investimenti delle multinazionali con privilegi fiscali tali da alterare la concorrenza all’interno del mercato europeo. Si tratta di una controversia giuridica in corso da lungo tempo e riguardo alla quale occorrerà forse un paio d’anni per arrivare ad una decisione finale, ma il ricorso della Commissione contro la Corte è certamente un ulteriore passo in avanti verso il tentativo di mettere in atto politiche europee più integrate.

Altrettanto significativa e passibile di conseguenze più generali è la presa di posizione del Commissario europeo per l’Economia, Paolo Gentiloni, che ha proposto, in una recente intervista al Financial Times, una nuova strategia europea volta a rendere prioritaria la battaglia contro le disposizioni legislative che distorcono la concorrenza permettendo, a singoli Paesi, di adottare “legislazioni fiscali aggressive”. Ossia di contrastare l’adozione di leggi che tendono a creare veri e propri paradisi fiscali all’interno dell’Unione. La difficoltà nell’applicare questo elementare principio di giustizia è dovuta al fatto che, al momento, per cambiare le norme in materia fiscale occorre una decisione presa all’unanimità da tutti i Paesi membri. Obiettivo fino ad ora impossibile da raggiungere in quanto alcuni di questi, a partire da Olanda, Irlanda, Lussemburgo e Ungheria, praticano proprio l’opposta dottrina, in modo da conseguire cospicui vantaggi economici trasformando il proprio Paese in un parziale o totale paradiso fiscale.

Anche se questa battaglia si presenta difficile, l’obiettivo espresso da Gentiloni è quello di iniziare finalmente una complessa azione di revisione dell’attuale legislazione europea. Una revisione fondata su una possibile apertura contenuta nell’articolo 116 del Trattato dell’Unione Europea che, seppure con particolari condizioni, prevede che le decisioni in materia fiscale possano essere prese non all’unanimità, ma con una maggioranza qualificata dei Paesi membri. Anche se questo obiettivo potesse essere raggiunto, il traguardo finale non sarebbe certamente automatico proprio perché gli Stati che si oppongono potrebbero arrivare a mettere in atto una minoranza di blocco. Il difficile obiettivo di Gentiloni è tuttavia reso meno impossibile dal robusto appoggio del Parlamento Europeo, recentemente ribadito anche dal deputato olandese Paul Tang, presidente del sottocomitato per gli Affari fiscali del Parlamento stesso.

Un terzo evento, che mette in rilievo come siano di grande interesse i cambiamenti in corso, non arriva da Bruxelles ma da Berlino, con la decisione, davvero storica e immediatamente operante, del venire meno all’impegno, unanimemente condiviso dal Parlamento e dal governo germanico, di ritenere sacro e inviolabile il pareggio di bilancio. Una decisione teoricamente approvata anche dall’Italia, che ha incomprensibilmente voluto attribuire al pareggio di bilancio persino un valore costituzionale. Con la decisione di fare votare un deficit di dimensione addirittura impensabile, il governo tedesco non solo offre un robusto sostegno alla propria economia ferita dal Covid-19, ma offre un concreto sollievo agli altri Paesi europei. Si tratta di una strategia completamente opposta a quella seguita nella precedente crisi finanziaria, quando una malaugurata politica di austerità ha messo in ginocchio la Grecia, ha reso molto più gravosa la situazione di Paesi come l’Italia e ha rallentato il tasso di sviluppo di tutta l’Unione Europea, Germania compresa. 

Questi nuovi avvenimenti, pur di natura e di origine diversa, insieme al progetto di revisione (troppo timido) del trattato di Dublino, dimostrano che le grandi decisioni prese dal Next Generation hanno rimesso in moto il progetto europeo che era stato per troppo tempo congelato. Forse il Coronavirus, insieme alle grandi tragedie, ha permesso anche l’inizio di qualche contaminazione virtuosa.
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