Scelta prioritaria/ Una riforma elettorale nell’interesse del Paese

Giovedì 30 Settembre 2021 di Paolo Pombeni

Lasciamo stare il chiacchiericcio sul Quirinale e dintorni. Il problema più delicato che il Paese ha davanti è come garantire la tenuta di un sistema politico che verrà terremotato dall’entrata in vigore della riforma che taglia i seggi parlamentari fra Camera e Senato di ben 315 unità. Non sappiamo quando si voterà per il nuovo parlamento, ma che lo si faccia a scadenza naturale o che lo si faccia prima (non è escluso viste le turbolenze in corso) con quel tema bisognerà per forza di cose misurarsi.

Molti si rendono conto che nella situazione attuale il rischio di avere Camere che mancano contemporaneamente di rappresentatività e di autorevolezza non è esattamente piccolo. La riduzione dei seggi pone problemi sulla gestione di collegi che allo stato attuale diventano molto grandi: difficili da governare tanto quelli che, a legislazione vigente, eleggono con il sistema uninominale, quanto gli altri con voto di lista. Poi c’è l’incognita di un elettorato che era già stato reso molto fluido dagli eventi delle ultime tornate, ma che adesso con il combinato disposto di anni di demagogia e di qualche anno di shock pandemico lo sarà probabilmente ancora di più.

Tutto dovrebbe far pensare che ai partiti converrebbe sedersi attorno ad un tavolo e cercare di trovare l’intesa su una riforma elettorale largamente condivisa e capace di darci un sistema rappresentativo che non sia di intralcio permanente alla governabilità. Ricordare quanto ve ne sia bisogno per una legislatura che sarà ancora alle prese con la gestione del Pnrr, ma anche probabilmente con i travagli europei per impostare una via di uscita dall’emergenza, è una assoluta banalità. Non si tratta di immaginare che sia possibile un idillio in cui le forze politiche presenti e quelle che in ipotesi potrebbero formarsi da qui al momento in cui si accederà alle urne le quali accetteranno di… volersi bene. E’ più che sufficiente lavorare ad un sistema in cui la dialettica politica si eserciti nel quadro della ragionevolezza che viene dal condividere una certa visione generale del bene dell’Italia.

Certamente non tutto si può risolvere con un po’ di ingegneria politica sulla legge elettorale, ma già quella aiuterebbe non poco. L’altro tema, indubbiamente di rilievo nell’ipotesi di future maggioranze inquiete e poco coese (tutt’altro che un’ipotesi fantasiosa), sarebbe creare uno strumento che impedisca il ricatto perenne al premier in carica e ai progetti di cui è portatore. Qualcosa del tipo del meccanismo di sfiducia costruttiva, ma per quello ci vuole una riforma costituzionale e nel contesto attuale non vediamo propizi né i tempi necessari, né, a dire il vero, il clima.

Diverso è il discorso su una nuova legge elettorale, che è materia ordinaria e dunque non richiede tempi che non siano gestibili e che soprattutto è resa indispensabile se solo si riflette un attimo su cosa può significare non averla. Votare col cosiddetto Rosatellum presenta un duplice rischio. Innanzitutto rende difficile garantire una rappresentanza equilibrata dei territori e delle componenti politiche del paese (che non sono solo quelle controllate dalle segreterie dei partiti grandi e piccoli). In secondo luogo ha il forte rischio di poter produrre o un meccanismo per cui una componente piglia una maggioranza sufficiente a portarsi via il pallone dal campo di gioco, o una situazione di frammentazione esasperata in mano ai localismi e ai corporativismi che sovrabbondano per cui la ingovernabilità può diventare endemica.

Ripetiamo che basta un minimo di buon senso per capire che sono tutti scenari più che preoccupanti in un Paese che sarà impegnato a gestire la fase realizzativa di quanto prevede il Pnrr dovendosi confrontare, per stare ad un dato facilmente individuabile, con una UE dove gli equilibri politici saranno a loro volta in tensione (e dove si deciderà comunque l’arrivo delle quote del Recovery legate all’adempimento progressivo degli impegni presi). Come minimo, fintanto che gli attuali partiti dovranno misurarsi con la prospettiva di tenersi il Rosatellum, cresceranno le tensioni fra di loro, perché sarà necessario far convivere la necessità di mettere in piedi ampie coalizioni per vincere i collegi uninominali con politiche il più possibile identitarie negli altri collegi per stabilire il peso di ciascuno nella futura dinamica parlamentare. Significa incrementare al massimo quel che si sta vendendo nelle campagne elettorali per le amministrative.

A noi sembra un bel pasticcio che non giova in fondo a nessuno che non ragioni con la mentalità di un fanatico giocatore d’azzardo (una figura che in politica non dovrebbe avere posto). Dunque è davvero il caso che i partiti inizino a lavorare seriamente ad una equilibrata e ragionevole riforma elettorale, possibilmente orientata, pur nei limiti della natura umana in politica, dalla volontà di dare stabilità al nostro paese e non di produrre l’ennesimo svarione con cui ci si illude di fare la fortuna di una parte senza accorgersi che così si fa naufragare il sistema e che in quel naufragio periranno anche i furbetti che l’hanno progettato.
 

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