Il governo e la ripresa/ Non ci sono più alibi: subito una risposta forte

Domenica 24 Maggio 2020 di Romano Prodi
È vero che viviamo in uno strano mondo, ma ancora più vero è che viviamo in uno strano Paese. Quando ai nostri ben noti problemi si è aggiunta la tragedia del Coronavirus, si è aperto ovviamente un grande dibattito sui drammi del presente e sulle difficoltà aggiuntive nel futuro. In una prima fase tutti gli impedimenti alla possibile rinascita italiana sono stati imputati all'egoismo europeo: una tesi in parte fondata, ma assai abusata per motivi di politica interna.
Successivamente, anche se con fatica, l'Unione Europea si è mossa prendendo misure che sono andate oltre le aspettative. Alla disponibilità di 100 miliardi per un inizio di Cassa Integrazione Europea, si sono aggiunti i fondi della Banca Europea degli Investimenti a favore delle Piccole e Medie Imprese e, infine, il contestato Mes, con i famosi 36 miliardi disponibili per la nostra sanità a tasso vicino allo zero.

La reazione iniziale è stata che ci voleva ben altro: una reazione perfettamente comprensibile perché il partito dei benaltristi è per definizione in maggioranza. Quando poi è arrivato l'accordo fra Macron e la Merkel (un accordo reso possibile dalla pressione congiunta di Francia, Italia e Spagna) si è cominciata a diffondere la tesi opposta, che cioè tutti i nostri problemi sarebbero stati risolti dall'Europa.

Di fatto, oltre il cumulo dei prestiti di favore elencati in precedenza, la proposta di ricevere 100 miliardi di aiuti a fondo perduto non è certo una cosa da poco per l'Italia, se teniamo conto che la dotazione dei nostri Dpcm per fare fronte alle emergenze del Coronavirus ammonta a circa 55 miliardi, pur essendo questo uno sforzo davvero cospicuo. Adesso però molta parte dell'opinione pubblica sta sbandando nella direzione opposta, pensando che l'eventuale aiuto europeo sarebbe sufficiente a salvarci. 

Togliamocelo bene dalla testa: l'intervento dell'Unione Europea è necessario, ma non è assolutamente sufficiente e non potrà essere sufficiente neanche in futuro. Se non mandiamo segnali di cambiamento radicale e duraturo nel tempo non c'è aiuto che tenga. Cerchiamo di essere concreti: nella scorsa settimana, con una felice operazione, il Tesoro ha collocato presso i risparmiatori italiani 23 miliardi di Btp ma, nello stesso tempo, è stata venduta da detentori stranieri una quantità più che doppia di nostri Titoli di Stato. 

Anche dopo gli auspicabili interventi a fondo perduto che, per entrare in vigore dovranno ottenere l'approvazione di Olanda, Austria, Svezia e Danimarca, l'Italia deve quindi provvedere a necessari e radicali cambiamenti. Non possiamo infatti pensare che, nell'attuale fase storica, gli aiuti europei a fondo perduto possano ripetersi, mentre le conseguenze della pandemia sono così gravi che, nonostante la messa in atto del progetto di solidarietà europea, il rapporto fra debito e Pil supererà, e non di poco, il fatidico 150%. 

D'altra parte la scorsa settimana ha dimostrato che, salvo incidenti per ora non prevedibili, il governo in carica durerà fino alla fine della legislatura: cade quindi su di lui il compito di mettere in sicurezza il Paese prima che sia troppo tardi. Abbiamo già assediato il lettore con l'elenco delle indispensabili riforme necessarie per adeguare l'Italia alle regole del secolo in cui viviamo. Le abbiamo pomposamente chiamate riforme di struttura alludendo alla scuola, alla burocrazia, alla magistratura, ai lavori pubblici e a tutti i capitoli necessari per riprendere la crescita. Siamo evidentemente in attesa che, dopo avere posto mano alle urgenze del Coronavirus, il governo abbia il tempo e la capacità di iniziare a metterle in atto.

Come abbiamo già noiosamente ripetuto, si tratta di riforme indispensabili, ma che eserciteranno i loro benefici effetti nel tempo: un tempo che, come emerge dalle riflessioni precedenti, non ci è concesso. Occorre quindi accompagnare queste riforme con una decisione in grado di produrre, nei nostri equilibri economici, cambiamenti abbastanza rapidi, robusti e duraturi nel tempo. Di strumenti in mano ne abbiamo uno solo: una decisa lotta all'evasione fiscale con una progressiva, rapida e generalizzata abolizione del contante. Solo portando il tasso di evasione verso la media degli altri Stati europei possiamo infatti raggiungere l'equilibrio di lungo periodo che ci permetta di comportarci come gli altri Paesi. 
L'unica alternativa, che a ondate viene a galla, è la patrimoniale. Senza però riflettere sul fatto che di pezzi di patrimoniale ne abbiamo già tanti, che essa dovrebbe avere dimensioni intollerabili e che, soprattutto, la patrimoniale è un provvedimento che si può prendere una sola volta. Poi le cose ritornerebbero come prima.

Concludo quindi con due domande e una proposta che mi sembra l'unica efficace. È meglio aspettare che una crisi ci travolga mentre speriamo in uno stellone che non vedo da dove possa arrivare? O puntare su una brutale patrimoniale che porta tanti problemi in cambio di benefici non duraturi? Resta perciò sul tavolo l'unica proposta valida: quella che riduce insieme l'evasione e il contante. Occorre infatti una decisione in grado di mettere a posto i conti e, nello stesso tempo, di produrre maggiore giustizia e minore criminalità! D'altra parte il Coronavirus ha almeno dimostrato che gli italiani, anziani compresi, sono ben in grado di usare il denaro elettronico al posto di quello di carta. 

Debbo infine aggiungere che ho sempre pensato che la democrazia possa vivere solo col contributo di tutti e che, in mancanza di credibili alternative, debba anche fondarsi sulle ricevute. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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